Il calcio lo capisco poco, la sua «logica» ancor meno

Caro Granzotto, vorrei porle una domanda banale e per questo le chiedo scusa in anticipo, ma nel suo «angolo» lei non ha mai risposto a un quesito riferito al nostro sport più amato e popolare: il calcio. Possibile che dopo il disastro di Berna, dopo la figuraccia che ha fatto l’Italia (squadra campione del mondo in carica) nessun lettore le abbia chiesto un parere, un’opinione, un giudizio sulla partita? Oppure lei non ama il calcio e quindi non ne sa niente e non è in grado di rispondere?


Non ne capisco niente, questo è assodato, caro Bondi. Però il gioco del calcio, seppure in piccole dosi, mi piace, mi diverte e talvolta riesce anche ad appassionarmi. E questo anche se, lo ammetto, punta, mezza punta (mezza?), fascia, mediano di spinta (spinta?), ala tornante, trequartista, fluidificante, tiro sotto misura, tre-tre-due o due-tre-tre sono termini e formule delle quali mi sfugge la rilevanza. La fatale partita con gli olandesi - me la sono vista dal principio alla fine, sempre incrociando le dita, sempre sperando non tanto nel golletto azzurro, ma che il bottino degli arancioni si fermasse alle tre pappine (pappina, questo so cosa vuol dire) - ha poi accentuato la mia penosa certezza di essere calcisticamente parlando un ignorante col botto. Ascoltando i melensi commenti in diretta e leggiucchiando l’indomani i resoconti, le disamine, gli approfondimenti e gli svisceramenti, tornavo sempre alla stessa domanda: perché crocifiggere il povero Donadoni? Perché non applicare anche all’allenatore, pardon, «mister», la «clausola Buffon»? Vado a spiegarmi: quando il «portierone» raccatta una svirgolata, un tiro «telefonato», come s’usa dire, quel tiro diventa «facile presa dell’estremo difensore» e la cosa finisce lì. Se invece il tiro è di quelli malandrini o una «staffilata» a effetto (la celebre «cucchiara» di Totti? Mah), una «schioppettata» o peggio ancora una «cannonata» di quelle che «fanno male» e Buffon («in acrobazia», «in elevazione», «con straordinaria prontezza di riflessi» o addirittura «compiendo un miracolo») la para, egli viene confermato, a pieno diritto, d’altronde, «il portiere più forte del mondo, l’uomo che tra i pali dà sicurezza alla squadra». Cui fa seguito, usualmente, un: «Con Gigi non si passa».
Ma se puta caso succede, come qualche volta succede e come abbiamo potuto constatare sul «terreno di gioco» alias «manto erboso» di Berna, che il «portierone» non l’acchiappi, quella palla, né «uscendo» e né «intuendone la traiettoria», né «buttandosi sui piedi dell’avversario» e né «in presa aerea», la musica cambia. E si passa ai «non poteva fare di più», «è stato spiazzato», «non ha neanche visto il pallone» il quale, va da sé, «è entrato direttamente in porta» quando non è «andato a insaccarsi nella rete». Pertanto è «incolpevole» o, a scelta, «esente da colpe», comunque «senza responsabilità per l’accaduto». E l’accaduto si chiama, di riffa o di raffa, gol. Allora io dico: se il mestiere del portiere è quello di parare i gol che para ma non quelli che non para, esulando questi ultimi dalla sua attività professionale, perché ciò non vale per il «mister»? Il cui mestiere, a rigor di «canone Buffon», dovrebbe pertanto essere quello di vincere le partite meno quelle che perde. Logico, no?