«Calcio e rugby, vi spiego le due Italie»

Parliamo di gente italiana che frequenta i teatri sportivi italiani. C’è il calcio con gli eccessi che sfociano nella violenza e in fatti tragici come quelli di Catania. E ci sono invece le recenti cronache romane, illustrate dalle riprese televisive, che ci hanno raccontato la favola di gente italiana, tifosa della nostra squadra azzurra di rugby, sorridente e felice di confondersi, pur dopo la sconfitta, con gli ospiti stranieri avversari, proponendo e ricevendo carezze.
Il profondo contrasto di questi comportamenti popolari, assolutamente attuali, e la ricerca delle cause che in qualche modo possano spiegarli sono stati il tema di un incontro che ho avuto con Stefano Zecchi, docente universitario di Estetica alla Statale di Milano e attento non soltanto allo studio del bello e del brutto ma anche ai riflessi sociopsicologici che sovente ne discendono.
Professore, perché dentro e intorno agli stadi del calcio gli italiani si fanno la guerra?
«Vedo almeno un paio di motivi. Il primo è la forte massificazione concentrata dentro lo spazio che è lo stadio. Il secondo è la grande intensità mediatica che si esercita su questo sport. Una intensità anche politica. Questi elementi combinati insieme fanno del calcio qualcosa più del calcio: ne fanno un evento appunto mediatico, di scatenamento di passioni che non sono controllate».
Quali connotati ha questa Italia?
«Fondamentalmente è un'Italia di giovani maschi: ragazzi che all'improvviso, mescolandosi ad altri, cambiano la propria fisionomia, il modo di comportarsi. Tant'è che spesso si è sentito dire dai loro genitori che a casa sono tutt'altro, irriconoscibili. Quindi non bisogna sottovalutare la odierna fragilità dei giovani maschi che non hanno più regole, una famiglia che li guidi, soprattutto che non hanno più un padre che dia loro un senso di realtà e degli obblighi. Questi soggetti trovano allora l'occasione per sfogare impeti che con il tifo non hanno niente a che vedere. Il resto del pubblico, semmai, si fa condizionare da queste punte estreme. In tutti i fenomeni ci sono sempre delle avanguardie trascinanti».
Le parolacce e i gesti volgari offerti dalle tribune d'onore?
«Beh, quella è l'eterna maleducazione. Senza cercare giustificazioni, osservo appena che l'esasperazione e la tensione possono provocare figure un po' più emotive e anche gesti inconsulti. Non va dimenticato che il gioco sportivo è simbolo di una antica vicenda, quella di una sublimazione della guerra».
E siamo all'Italia del rugby, quella che abbraccia il prossimo e se stessa oltretutto in presenza d'una sorta di paradosso: su un campo da rugby il clima è legittimamente bellicoso, dalle mischie in poi, eppure questa atmosfera, che potrebbe per normale transfert diffondersi sugli spalti, crea amicizia anziché inimicizia. Perché?
«Da noi il rugby è uno sport giovane, intendendolo per tale nell'acquisizione degli italiani. Ed è probabile che anche ciò concorra a togliere delle incrostazioni che certe accolite di violenti portano dentro lo stadio. Nella recente vicenda del rugby, poi, l'Italia partiva come una Cenerentola. Ma sono maturate delle sorprese positive, e queste sempre inducono ad accettare con migliore disponibilità un'eventuale successiva sconfitta. Chi va a vedere il rugby da noi ci va con un atteggiamento diverso da quello dei cugini che si recano a vedere il calcio. Perché qui non ci sono bombardamenti mediatici, esasperazioni di classifica. Qui ci si muove in condizioni molto più basse di quelle che si riscontrano nel calcio. Il calcio ha una voce forte e acuta che il rugby o altri sport da noi non hanno. E nell'acuto del calcio una parte importante la fa ormai anche la quotazione dei giocatori, il fatto che i giocatori siano inseriti in un sistema di spettacolo esasperato. Vallettopoli avrebbe mai potuto ospitare un rugbista? Un calciatore certamente sì. E il basso e l'acuto dei toni finiscono per risucchiare i differenti spettatori».
Dal lato estetico quali aspetti peculiari coglie nella contrapposizione tra i mondi di cui discutiamo?
«Da un punto di vista dell'immagine si nota da un canto la leggerezza di uno sport che costruisce vero divertimento, senza pericolose tensioni e psicodrammi; dall'altro la pesantezza che comporta un meccanismo con tutte le sue ossessioni, i problemi di classifica, l'andirivieni del mercato dei giocatori, i balletti dei dirigenti che assumono gli allenatori, li cacciano, li sostituiscono e magari li riprendono».
La pesantezza e le trappole fisiche dell'ambiente-calcio: è una malattia inguaribile?
«Il fenomeno è nato perché lo abbiamo fatto nascere noi e occorrerebbe un particolare senso di responsabilità per bloccarne adesso gli eventuali ulteriori sviluppi negativi. D'altra parte si vede che la gente va sempre meno allo stadio, che il calcio sta diventando un prodotto televisivo e ciò comincia a togliergli quella originaria dimensione di festa pubblica. Io ho la sensazione che si vogliano lasciare le cose come stanno: di nuovo, sul piano strutturale, Calciopoli non ha portato a niente e dopo la tragedia di Catania nulla è avvenuto di particolare (al di là dei tornelli, che sono limitativi, non educativi). Questo è un mondo dove ruotano talmente tanti soldi che toccandone anche soltanto un piccolo ingranaggio si corre il rischio di mandare tutto all'aria. E dal rischio nasce la paura».