Un calcio alla legge

Davvero una bella estate. Il prezzo del petrolio alle stelle, quello della benzina a seguire, il caro scuola, gas e luce, la politica in conflitto permanente effettivo, omicidi vari di parenti e affini. E il football? Fa le cose migliori del suo repertorio classico con un’ultima trovata: non paga le tasse, tarocca le partite, come da sempre faceva e farà, ma ha deciso, ecco la novità, di mutuare stili e costumi dei disobbedienti incivili, occupa le strade, i porti, la ferrovia, brucia i cassonetti della spazzatura, attacca la polizia e anche i vigili del fuoco, assedia quartieri di qualunque città, Messina e Genova e Torino, cambiando l’ordine delle squadre non cambia la sostanza.
Il nostro meraviglioso pubblico si fa conoscere ma non riconoscere, usa i metodi della guerriglia urbana, si maschera, indossa cappucci e passamontagna come allo stadio prima, durante e dopo la partita, tiene in ostaggio uno sport che dicesi popolare ma non appartiene più al popolo ma a questi delinquenti a piede libero. Il calcio continua a vivere nel suo extraterritorio, dove ritiene che tutto sia lecito, dal doping alla violenza, dalla truffa al ricatto, ben sapendo che i suoi elettori andranno in piazza non per protestare contro chi ha rubato, chi si è drogato, chi non ha pagato le tasse ma contro i giudici e i giornalisti, contro Carraro o Galliani che sono obiettivi facili e più comodi dei responsabili e colpevoli veri del malaffare. Due estati fa la Virtus di Bologna, club storico della pallacanestro, venne estromessa dalla serie A e retrocessa in B per fallimento, senza che il centro della città venisse assaltato dai tifosi, pure caldi, della squadra di basket. Nel calcio questo non è previsto. Anzi è obbligatoria l’invasione.
La tolleranza zero è uno slogan fasullo per il quale Rudolph Giuliani dovrebbe chiedere i danni al nostro Paese pallonaro. La tolleranza zero virgola uno, due e a seguire, è una formuletta rivista e corretta da «noantri» per non affrontare il problema alla radice, come si dovrebbe, con la stessa perentorietà (altro sostantivo inflazionato e taroccato) adesso introdotta nei confronti dei sospetti di terrorismo. Non c’è differenza per il vivere sociale, gli inglesi così decisero di intervenire sull’hooliganismo, con leggi speciali del governo di Margaret Thatcher che venne messa all’indice allora dai cosiddetti benpensanti ma che è stata successivamente ringraziata e celebrata per quella disciplina che ha portato a bonificare il football inglese, non certo i delinquenti che ancora circolano e delinquono. A Manchester o a Liverpool, a Madrid o a Barcellona si giocano puntualmente i derby, al sabato, senza che la città debba per questo essere sequestrata dai vandali e i sindaci annuncino lo stato di emergenza o, addirittura come nel caso nostrano, di dissociarsi da qualunque responsabilità per l’ordine pubblico.
A Genova i teppisti, con l’alibi sconcertante delle parole di sindaco e cardinale, hanno fatto quello che hanno voluto, compreso un colpo di fucile alla finestra della procura; a Messina i soliti noti avevano bloccato traghetti e navi, a Torino non essendoci il porto hanno provveduto a incendiare i cassonetti dell’immondizia (Guariniello si occupi delle sostanze tossiche emanate dall’incendio). Avremo altre okkupazioni, altre prese di piazza, nel nome del pallone, della dignità di una città, della sua storia, sfileranno toghe e politicanti, per un voto in più e un titolo a piena pagina. L’Italia ha una nuova fama: quella del Paese dove il pallone non è un gioco, non è una festa e nemmeno una fede. È il luogo dove il reato è possibile perché riguarda la passione della gente che dura da una vita. Ma non concede nemmeno un secondo alla vergogna.