Il calcio negli Usa: storia di un pallone bucato

Gli ingaggi di stelle come Beckham e Davids sono l’ennesimo tentativo per sfondare. Con un problema: negli Stati Uniti non esiste la cultura del pareggio

Il problema è sempre stato lo stesso: fargli capire che una partita può finire zero a zero. Difficile. L'America non accetta, non capisce, non gradisce. La cultura della vittoria comprende la sconfitta, ma non prevede il pareggio: uno o due, l'x appartiene a un'altra dimensione. Allora il calcio c'è e questo basta: sopravvive. Spera sempre: baseball, basket, football, hockey. Prima o poi ce la farà anche il soccer. David Beckham, Edgar Davids e poi qualcun altro ad alimentare l'idea che l'unico sport incapace di sfondare in Mamma America ce la possa fare: soldi, televisioni, successo, bambini che tolgono le canottiere dei Lakers e indossano le maglie dei Galaxy. Giù il tetto salariale, ingaggi liberi, dollari senza limiti.
Siamo alla frontiera: l'ultima tappa verso la verità. La dogana che trasforma un clandestino in un cittadino: il pallone deve capire se un giorno potrà cantare per davvero l'inno nazionale. Il pianeta soccer vive in bilico da trent'anni, da quando a qualcuno venne in mente di esportare la democrazia pallonara negli Stati Uniti. Scelsero campi sintetici e campioni fuori tempo massimo: Franz Beckenbauer, Giorgio Chinaglia, George Best, Pelé, Johann Cruyff. Quelle immagini fanno ridere: un'eterna dimostrazione, uno spot girato in tempo reale per convincere un Paese che il calcio poteva abitare anche lì. I Cosmos erano la sconfitta del pallone: senza passione, senza voglia, senza sportività. L'America non si fece fregare: va bene lo show, ma quello era troppo, era una presa in giro. Quel fallimento è stato un disastro: ha distrutto la possibilità che il calcio entrasse nella testa delle persone. Non piaceva neppure agli immigrati che avevano sete di gol.
Oggi alla frontiera del pallone almeno c'è un calcio che assomiglia a qualcosa di reale. Non ci sono molti campioni, però c'è lo sport. Si picchia e si segna. Uno vince, l'altro perde. L'idea della Major League Soccer è strana, ma è un'idea. Niente promozioni, niente retrocessioni, in stile con le altre leghe professionistiche. Poi i migliori giovani distribuiti con la logica delle prime scelte alla squadre più deboli. Il resto è un mezzo calciomercato fatto di pochi trasferimenti e pochi affari. Allora il calcio esiste e si porta a spasso per l'America il suo piccolo codazzo di fan: ventimila spettatori per una partita sono il massimo della vita. Fanno ridere l'Europa, ma non l'America. È un cammino fatto a cassettini, questo: si parte dalla nazionale gestita come un club sperando nel padre eterno e in un buon risultato. È la speranza dell'effetto patriottico che negli Stati Uniti funziona ancora. La storia che hanno insegnato le soccer moms, le signore del pallone che accompagnavano le figlie agli allenamenti e alle partite. Tutto quello che non avevano mai capito i maschi, lo compresero le donne una decina di anni fa: il calcio femminile è stata la cosa più seria capitata al pallone americano. Soldi, fama e un movimento fatto di quattro milioni di ragazzine praticanti. Lì l'errore è stato l'eccesso: troppo presto, troppo tutto. La bulimia ha fregato il soccer rosa, distrutto dalla rivalità tra le giocatrici, il campionato ricoperto d'oro senza la certezza che alla tv ci fosse un mercato certo. Gli ingaggi miliardari di Mia Hamm, di Brandi Chastain e delle altre campionesse, hanno distrutto il giocattolo, fatto fallire la lega professionistica e fatto chiudere il campionato.
Gli uomini hanno avuto il problema opposto. Senza una nazionale competitiva, la Major League è rimasta confinata nel suo piccolo mondo. Negli Stati Uniti funziona ogni volta nella stessa maniera. Ci sono due strade: o vince l'America, oppure bisogna poter dire che il campionato statunitense vale il titolo di campioni del mondo. Allora il campionato Nba non ha rivali anche se la nazionale poi va al mondiale ed esce in semifinale; il torneo di baseball è l'evento più seguito anche se l'America poi perde la coppa del mondo in casa col Venezuela di Chavez o con la Cuba di Castro. L'America ha bisogno di essere la numero uno. Il calcio non gli ha mai dato la soddisfazione. E il paese l'ha snobbato, sempre.
Non è servita neanche la seconda ondata di campioni in declino. Nel 1996, quando nacque il campionato professionistico, arrivarono gli ex fuoriclasse: Walter Zenga, Roberto Donadoni, Carlos Valderrama, Lothar Matthaus. Quella lega nasceva con i soldi avanzati da Usa '94, il mondiale che doveva fare da catapulta per il soccer. I quattrini erano abbastanza per tirare qualche anno. Avevano capito che serviva qualcosa di diverso, però. L'ossessione dello zero a zero. Chiesero alla Fifa l'autorizzazione a fare qualche piccolo cambiamento alle regole: il fallo laterale da battere anche con i piedi, l'ampliamento delle porte in larghezza e in altezza e l'abolizione del fuorigioco negli ultimi trenta metri. Blatter era il principale sponsor del pallone a stelle e strisce, però concesse solo una deroga: i rigori in caso di pareggio. Nacquero gli shoot-out, i penalty con la palla in movimento: l'attaccante parte da trequarti campo e ha cinque secondi per calciare. Il portiere può anche uscire.
Undici anni dopo, il campionato resiste e gli shoot-out non ci sono già più: dal 2000 si gioca con le regole di tutti gli altri. Arriva Beckham, Davids, c'è Freddy Adu che a 17 anni è la speranza del pallone americano: la Nike ha investito su di lui quanto aveva investito alla stessa età su Michael Jordan. È arrivato anche un derby: Los Angeles ha due squadre, i Galaxy e i Chivas. Una Wasp, l'altra messicana e trapiantata in California. Il soccer forse ha trovato la strada lungo la frontiera: guarda a Est, Ovest, a Nord e soprattutto al Sud. I latinos sono la massa che mancava. Loro capiscono che una partita può finire zero a zero. Sono giovani: l'età media è di 27 anni, contro i 40 dei bianchi. Detestano il football e la pallacanestro. Amano il calcio e non lo chiamano soccer. Cercano l'Eldorado. Il nuovo sogno americano ha le loro facce e può giocare con una palla in mezzo ai piedi.