Calcio oltre le sbarre: i detenuti di Bollate campioni di fair play

Quando Nazareno Prenna apre la sua agenda, è impossibile non accorgersi di quanto sia immerso in quello che per lui è ormai un secondo lavoro. Decine e decine di post-it abbondano sulla sua rubrica. Moduli, tattiche e schemi, figli di un’attenta riflessione o di un’improvvisa folgorazione, appuntati su di un angolo della pagina, attendono la loro realizzazione sul rettangolo di gioco. Quando parla «dei suoi ragazzi» a Prenna - insegnante di educazione fisica e allenatore calcistico nei ritagli di tempo - brillano gli occhi. Perché non si tratta di una squadra normale. No, a Nazareno piacciono le sfide. E così, sfruttando la possibilità offertagli dal Ctp (una struttura di formazione del ministero), ha fondato una squadra di calcio - regolarmente iscritta al campionato Figc di Seconda categoria - all’interno della Casa di reclusione di Bollate. «Tutto è cominciato quattro anni fa - spiega Prenna - quando per la prima volta ho varcato le soglie del carcere, in veste di insegnante di educazione fisica. Da subito ho capito l’importanza del calcio per questi ragazzi». Proprio così, perché quando si è rinchiusi per ventiquattr’ore su ventiquattro in una cella di pochi metri quadrati, quella corsa sfrenata dietro un pallone diventa una, se non l’unica, fondamentale valvola di sfogo. «Abbiamo cominciato con un torneo interno al penitenziario a cui partecipavano più di cinquecento detenuti. Quindi - grazie al consenso della vicedirettrice Cosima Buccoliero, nel frattempo eletta a presidente della società - abbiamo deciso di creare una squadra e di iscriverla al campionato federale». Per i prescelti, non più di una trentina di reclusi selezionati dal punto di vista tecnico e comportamentale, un sogno che si avvera. «La scorsa stagione - racconta Prenna - grazie ad una delega della Federazione, disputavamo tutte le partite all’interno del campo del carcere. Quest’anno invece, siamo scortati da almeno 15 poliziotti nelle nostre trasferte». Una bella responsabilità, quindi, per tecnico e giocatori, i quali sono ben consapevoli di non potersi permettere alcuno sgarro. «Viviamo sempre sul filo del rasoio, perché un minimo errore significherebbe la fine del nostro progetto. All’interno del gruppo vige una sorta di selezione naturale: le “mele marce” sono escluse automaticamente». E la Coppa Disciplina vinta la scorsa stagione, nonchè la promozione in Seconda Categoria, ne sono l’esempio. «Quest’anno invece puntiamo alla salvezza che oggi è lontana 5 punti». Dialogare con Prenna senza rimanere totalmente affascinati e incantati dai suoi racconti, a noi così lontani, è impresa pressoché impossibile. Sembra quasi di vederlo agitarsi sulla panchina durante la partita o strigliare i propri ragazzi durante l’allenamento. Perché «Naza» - come i detenuti amano chiamarlo - è tecnico vero. «Per me conta solamente il rapporto che si è instaurato dal momento che li ho incontrati in poi. Per il loro passato, stanno già ampiamente scontando le pene». Un legame che esula da celle e sbarre per un progetto solamente da elogiare.