Il calcio al Ramadan dei giocatori islamici

«Gargo, ex Udinese, beveva alcolici e mangiava carne senza problemi»

Una settimana dopo l’inizio del Ramadan, il mese del digiuno islamico, allenamenti e alimentazione dei giocatori musulmani subiscono degli scossoni e la questione della religione islamica nel calcio riprende quota rimettendo sul piatto diversità e fondamentalismo. Anche perché è recentissima la notizia di una fatwa lanciata dai terroristi di Al Qaida contro giocatori celebri come Rooney, Henry e Beckham. «Questa è stata una vera cretinata. Mescolare lo sport con la religione è da deficienti, è stata l’iniziativa di qualcuno che vuol farsi pubblicità - grida El Shaari, presidente del Centro islamico culturale di viale Jenner a Milano -. Un musulmano che segue o pratica il calcio non si allontana dal suo dovere religioso e sociale».
Se il mese del digiuno è un pretesto per avvicinare i calciatori musulmani, per News of the World e autorevoli esperti del mondo islamico, le star del calcio sarebbero un obiettivo reale. Per i terroristi di Al Qaida addirittura un bersaglio utile a restituire la strada maestra ai giovani islamici influenzati in modo criminale dal mondo del calcio. El Shari, che si professa milanista da oltre quarant’anni, deve tenere lontani i sospetti, dice che dopo l’Operazione Sfinge del ’95 che coinvolse il Centro, è stata sciolta anche l’unica squadra di calcio interamente musulmana di Milano. Ma chi vuole giocare a calcio lo può fare e lo fa, anche se il Centro non sovvenziona più alcuna attività sportiva: «Il corpo deve sapersi muovere e deve essere sano. Noi siamo favorevoli allo sport - spiega -, non certo al calcio agonistico e miliardario».
Il terreno resta minato, lui è uno dei pochi che affronti la questione, c’è reticenza, anzi un muro. Le società che hanno calciatori di fede islamica preferiscono non approfondire, anzi prima chiedono di evitare, poi proibiscono qualsiasi aggancio al loro tesserato, a volte sono gli stessi procuratori che si preoccupano di non divulgare o confermare la religione del loro assistito. Un censimento è impossibile, non si conosce l’esatto numero di musulmani professionisti in Italia, l’Associazione calciatori giustamente non ne fa una discriminante e neppure una voce nei profili. In altri Paesi, ad esempio la Francia, sono addirittura vietati statistiche o sondaggi sull’argomento. Le notizie arrivano quando hanno ormai lasciato la serie A, poche e asciutte: Mohammed Kallon il Ramadan non lo ha mai osservato fin dai tempi delle giovanili, nel 2005 ha giocato in Arabia Saudita all’Al-Ittihad, uno dei club a più marcata matrice islamica, ma è stato solo un buon ingaggio durato pochi mesi. Anche Mohammed Gargo nell’estate del 2005 ha trovato ingaggio in Qatar, ma il suo procuratore ha subito tenuto a far sapere che il ghanese si è sempre considerato un musulmano internazionale. Cosa significa? «Beveva alcol - ha risposto -, e mangiava carne senza farsene alcuno scrupolo».
Da noi il calcio è religione, per i fondamentalisti islamici è peccato: «Ma loro non sono il vero Islam - dice un altro professionista del nostro campionato che ha chiesto di non essere citato -. Io col calcio ci vivo». I suoi lo giustificano, dichiarare oggi di essere musulmani in occidente non è così semplice, ci sono tifosi che potrebbero creare guai seri. Così viene spiegato anche l’atteggiamento delle società e addirittura del Palazzo: il tentativo dei governi del calcio è fare in modo che i luoghi in cui si concentrano gli eventi siano tutelati, in questo momento l’argomento religioso non dà queste garanzie.
Eppure ci sono segnali che avvicinano l’Islam all’Occidente proprio attraverso il calcio.
Oberto Petricca è agente in lista ufficiale Fifa, nel 2001 si occupò di presentare la documentazione necessaria per il trasferimento in Italia dell’iraniano Rahman Rezaei, oggi al Livorno. Venerdì primo giorno di Ramadan era allo stadio per Persepolis-Esfahan, 95mila spettatori sugli spalti: «Lì il calcio italiano è una fede. Ci sono più tifosi della Sampdoria che in Italia, i nomi dei nostri campioni sono noti, Milan, Juventus e Inter sono squadre che non hanno segreti».
Dice anche che le nuove generazioni di calciatori iraniani ci stupiranno e fa un nome: «Arash Borhani, gioca nell’Esteqlal di Teheran, è un attaccante non più giovanissimo, ha 24 anni, ma ha il fiuto di Inzaghi. Per agevolare il suo ingaggio in un club europeo, l’Esteqlal gli ha rinnovato il contratto per una sola stagione e entro quest’anno una delegazione di dirigenti della federcalcio iraniana sarà in Italia per visitare i nostri club e approfondire la conoscenza di un calcio professionistico che ritengono al massimo livello».
Petricca dice anche che tutto quanto succede attorno al calcio italiano è attentamente osservato e studiato in Iran, compresi i fatti di Catania.