Il calcio di rito ambrosiano

No, rassegnatevi, la storia, quella storia, non è finita. Fino a quando la sinistra avrà fiato, e soprattutto potere, quella storia faziosa continuerà, anzi si ripeterà, con strepiti e offese. Lo scandalo del calcio – l’avete presente? – è cominciato sul meridiano di Torino, ma il suo dilagare non segue, non può seguire criteri di regolare fisica giudiziaria, deve adeguarsi a esigenze più vaste, a valutazioni e obiettivi che trascendano gli arbitri, le scommesse, il malaffare e le pastette. Lo scandalo deve avere una funzione radicalmente educativa, deve colpire chi deve colpire. In questo contesto Torino diventa eccentrica, bisogna assediare e investire Milano e cioè, parlando di pallone e di calciatori, bisogna fare le bucce – dato che l’Inter è in fase maniaco-depressiva - al Milan, il cui storico patron, il parvenu Silvio Berlusconi, ha avuto la spudoratezza di movimentare prima il calcio e poi la politica, senza riguardi per i poteri consolidati, per le vecchie signore e i vecchi partiti. Ragazzi, l’Italia va normalizzata, va riportata al grigiore degli anni fotocopia, quando era ben chiaro chi comandava nel calcio e nella politica. Ma perché la normalizzazione abbia successo è necessario che la storia, nel ripetersi, venga agevolata, abbia insomma un aiutino. Ed ecco allora che per portare alle sue immancabili conclusioni l’inchiesta sul calcio malato e corrotto, è sorta la stella di Guido Rossi, demiurgico commissario col cuore a sinistra, che vuole rifondare il calcio e che soprattutto non vuole che i malvagi la facciano franca. Rossi, per designare il capo dell’ufficio indagini della Federazione calcio potrebbe spaziare fra centinaia di insigni magistrati avvezzi al riserbo e al lavoro di altissima professionalità e spessore etico, ma sceglie una star, sceglie quel Francesco Saverio Borrelli che si è già adattato alle fatiche del protagonismo, della sovraesposizione, del fruttuoso cinguettio coi mezzi d’informazione. È un principe delle interviste, un ras delle tavole rotonde. Soprattutto è un ex pubblico ministero che ha conseguito una inarrivabile competenza nel perseguire sempre e comunque Silvio Berlusconi. Ma qualche mese di pensione non l’avrà per caso reso meno idoneo alla lotta? Forse questa idea non ha nemmeno sfiorato Guido Rossi, ma il gran commissario, per non peccare d’omissioni, ha nominato - quale vice di Borrelli - Federico Maurizio D’Andrea, ufficiale della Guardia di Finanza. Le «fiamme gialle» hanno una straordinaria competenza per certi reati e sono abilissime nel rivoltare bilanci di società, nel rintracciare conti e movimenti bancari. D’Andrea è un veterano, perché ha una carriera di tutto rispetto. Ma ha anche una marcia in più: è stato uno dei principali investigatori contro Berlusconi e le sue aziende. Ha firmato tutte le informative usate dalla Procura di Milano contro il leader di Forza Italia. Quello di Borrelli e D’Andrea è un tandem storico. E allora lo spettacolo può andare a incominciare. Con sintomatico sincronismo, la ricostituzione del tandem coincide con le rivelazioni di giornali già abituati a notificare avvisi di garanzia sul coinvolgimento del Milan nell’inchiesta sul calcio. Siamo certi che nei prossimi giorni non mancheranno intercettazioni, pubblicazioni di verbali ultrasegreti, magari salteranno fuori anche i pentiti. Se il vecchio Clausewitz per incanto tornasse fra noi scriverebbe che il calcio è la prosecuzione della politica, e della guerra, con altri mezzi. Salvatore Scarpino