Calcio, il rumore del silenzio

Quello che sconcerta maggiormente nella vicenda delle intercettazioni telefoniche tra i dirigenti juventini e gli addetti ai lavori, giornalisti, ex designatori arbitrali e affini, è il silenzio agghiacciante del mondo calcistico, dico dei cosiddetti competitors, degli avversari e concorrenti che, puntualmente, a ogni fine partita strillano per un rigore, un’espulsione, una ammonizione. Gli arruffapopolo sui diritti televisivi, i catoni di una nuova etica sportiva, da questa settimana sono in silenzio stampa, solidali o omertosi, atteggiamento tipico della corporazione sportiva e, nella fattispecie, calcistica. Nei giorni delle vicende che hanno riguardato Ricucci o Fiorani, Cragnotti o Tanzi, l’Unipol e il conflitto di interessi, abbiamo assistito al sovraffollamento sulle reti televisive, radiofoniche e sui giornali, di persone e personaggi di ogni schieramento, a difendere i propri interessi, attaccando i responsabili delle suddette malefatte. Nel caso Guariniello-Juventus (anche quello relativo al processo per abuso di farmaci, da alcuni ridetto e riletto come doping), il black out è totale (dubbio amletico: hanno gli armadi pieni di scheletri o di cimici?), mille le parole e i pensieri invece dei giornalisti, dei tifosi, osservatori del fenomeno.
È questo, dunque, l’aspetto che inquieta, per usare un verbo che meglio aderisce anche alla vicenda delle telefonate. Sembra che nella Germania dell’Est, cosiddetta democratica, durante il periodo della Stasi (la polizia segreta), le persone oggetto di intercettazioni telefoniche fossero circa cinquantacinquemila. In Italia siamo a ottantacinquemila, non credo che c’entri il cambio dalla lira all’euro.
È evidente che la deriva morale abbia portato il calcio a mutuare comportamenti e abitudini di altri settori pubblici ma è vero che eventuali violazioni a un codice, non soltanto penale, ma anche di ordine etico, debbano essere sottolineate e sanzionate, senza sconti, rinvii e giustificazioni.
La posizione di Luciano Moggi (non soltanto la sua, sia chiaro), in tal senso, è ormai in border line, se non indifendibile. Ma non si pensi che crocifisso Gesù il popolo sia salvo. Ai tempi di Tangentopoli si moltiplicarono le tricoteuses che quotidianamente attendevano il rotolar di teste nobili dei vari partiti, con le dovute e risapute eccezioni. Oggi l’atmosfera è analoga così come la posizione del capo dello Stato calcistico ricorda quella dell’allora presidente della Repubblica («Io non ci sto!»). Durante il mandato di Franco Carraro abbiamo assistito ai casi più disparati e disperati di malcostume, dalle fidejussioni fasulle ai passaporti falsi, dai processi per «doping» alle iscrizioni di società ormai fallite, dalle occupazioni di piazze e porti da parte dei tifosi al salvataggio conseguente dei club indebitati («per motivi di ordine pubblico» si è spiegato), dal fenomeno della violenza negli stadi alle leggi ad hoc sulla sicurezza, dal mercato sbilanciato ma protetto dei diritti televisivi al selvaggio proliferare di diritti radiotelevisivi minori. Nonostante questo scenario il capo dello Stato pallonaro non arretra, non ci sta ma non si sposta, anzi avanza e il sistema calcistico da lui presieduto ha chiesto l’organizzazione dei campionati europei del 2012. Ma in Europa esibiamo questo passaporto, lo stesso documento con il quale la nazionale italiana di calcio si presenterà tra un mese in Germania per disputare il campionato del mondo. Prima di quella data avremo alcune sentenze, non soltanto relative allo scudetto o alla coppa Italia. Personalmente non credo alle rivoluzioni fatte dai conservatori. Intanto sarà importante tenere i telefoni spenti e la testa bassa.
Tony Damascelli