Calcio: silenzio, striscioni e solidarietà

nostro inviato a Rocca

di Cambio (L’Aquila)

I Vigili del fuoco, come i monatti di una volta, han già fatto il giro del paese col loro carretto rosso, tracciando idealmente una X su ogni porta. Vuol dire che la peste del terremoto è stata anche quassù, a quota 1.434, tra i vicoli del Comune più alto dell’Appennino, e che non ha risparmiato nessuno. Via del Castello, via del Muraglione, via Bellarosa, via del Monte. Non c’è casa, nel vecchio centro storico di Rocca di Cambio, ai piedi del monte Cagno, che non abbia le sue brave crepe, la sua ragnatela di vie di fuga di una pietra dall’altra. Segnata la casa dei Trovalusci, quella dei Masi, dei Porro, quella del sindaco Antonio Pace. Anche la bella Collegiata di San Pietro, al culmine dell’abitato, ha avuto i suoi bravi spintoni. Un cedimento verso monte, fenditure sulla facciata, i Vigili del fuoco che armeggiano appesi all’amo di una gru per mettere in sicurezza il torrione del XIII secolo, cinturandolo con cavi d’acciaio. Ben salda su se stessa, sul minuscolo sagrato, è rimasta solo la piccola stele sormontata da una targa in cui si ricorda che gli esterni della Collegiata vennero usati dal regista Julien Duvivier per girare alcune scene di «Il ritorno di don Camillo», con Gino Cervi e Fernandel (1953). Peggio è andata all’abbazia di Santa Lucia, due chilometri da qui, dove gli affreschi di scuola giottesca presentano vistose, deplorevoli smagliature.
Quattrocentosedici gli abitanti. Ma solo se si mettono nel mazzo anche i romani, appassionati di sci, che hanno piantato radici fre le due Rocche, quella Di Mezzo e quella Di Cambio, appunto. I residenti fissi son 280, precisa Alessandro Marinangeli, presidente della Pro Loco. Bene: più di 200, dei 280, han dovuto lasciare le loro case e attendarsi (non è una metafora, per una volta) sullo slargo alle spalle dell’hotel Cristall, dove hanno messo in piedi la grande tenda giallina che ospita il refettorio. Il che non significa, per tornare ai numeri, che gli 80 non presenti nel conto siano rimasti a casa loro. La X è stata tracciata, inesorabile, anche sui loro usci. È che loro se ne sono semplicemente andati altrove: chi a Roma, chi sulla costa, ospiti di amici e parenti. Sicché, se volessimo proprio correre il rischio di vederci far la tara dal lettore più smaliziato di fronte alle consuete forzature giornalistiche, e stavolta sarebbe sbagliato, diremmo che Rocca di Cambio è davvero un paese fantasma.
All’intorno, sui picchi dell’Altopiano delle Rocche, belle cartoline invernali, con squarci d’azzurro nel cielo e distese di neve. Fantasmatica, però, la vasta area sciistica di Campo Felice. Fermi gli impianti, fermi gli alberghi, fermo tutto. Come nel film «Shining», con Jack Nicholson. «Ed è un peccato di Dio - sospira Marinangeli, 52 anni, tecnico della Rai all’Aquila -. Questo è un paese che vive di turismo, e la neve di quest’anno, così bella, così abbondante, per noi era una benedizione».
Antonia Lucantonio, 45 anni, insegnante alla scuola primaria di Rocca di Mezzo. Mi mostra quello che un giorno sarà il «Museo del lupo», una bella costruzione circolare col sottotetto di assi di larice accanto al Cristall. Le sembrava una stupidata, quest’idea dell’Ente Parco, di dedicare un museo al lupo. «E invece la struttura è venuta buona per ospitarci i nostri vecchi», sorride la signora maestra. Guardo: brandine, come una camerata di ragazzi e ragazze in colonia. Solo che il più giovane va per i settanta. Ecco Loreta Pietropaoli, che ne ha 83. Nella branda accanto alla sua gli hanno messo il fratello Luigi, che di anni ne ha 80. La saluto, le faccio gli auguri di Pasqua. Mi guarda con i suoi occhi acquosi e mi dice: «Tutto quello che avevo è rimasto nella nostra casa. Addosso mi è rimasta solo la mia depressione e la mia pressione alta».
Tre gradi sottozero, la notte. «È questo il nostro problema - dice il sindaco Antonio Pace -. Già il primo giorno dopo il terremoto la Protezione civile ci aveva mandato le tende. Bene, ci siamo detti. Ma le tende senza le stufe che mandano aria calda, senza un quadro elettrico dell’Enel a norma...».
Un gran freddo, la notte, conferma la cuoca della comunità, Gaudenzia Tarquini, 64 anni che dorme ancora in auto, con marito e figli. Le avessero detto che un giorno - lei proprietaria dell’albergo ristorante «Spadone» - avrebbe cucinato gratis per tutti gli abitanti del paese, la Gaudenzia ci avrebbe riso su. Invece eccola qui, con il suo grembiule bianco e la cuffia, al riparo della gronda del museo, mentre serve fusilli con cime di rapa, salame e verdura. A darle una mano c’è Luca Sforza, 26 anni, di Francavilla a Mare. Peccato per la cucina che non c’è, e che gli abitanti di Rocca di Cambio chiedono con insistenza alla Protezione civile. Finora si è dovuto cucinare su due fornelloni piazzati per terra.
Le stufe che mancano. La cucina che non c’è. Per il resto va tutto bene. Qualcuno ha pensato di mandare anche uno scatolone di Lego per far giocare i bambini, mentre Radio 105 ha garantito l’invio di un’ambulanza che faccia la spola, in caso di bisogno, con l’ospedale di Avezzano. «Già poche ore dopo il terremoto - racconta il presidente della Pro Loco Marinangeli - si è messa in moto una straordinaria macchina di solidarietà. Gli amici delle Pro loco di Pescara e di Chieti ci han portato di tutto: cibo, una grande tenda per la mensa, vestiario. Per quanto riguarda le pentole, i fornelli, i tavoli, non c’è stato problema. Abbiamo tirato fuori l’attrezzatura che usiamo ad agosto, dal 17 al 19, quando si fa la sagra della «Ijju Cerijje». Sarebbe?, chiedo mentre mi faccio dettare lettera per lettera. Ride, Marinangeli: «È la pecora arrosto. Ma per la brace, si usa solo legno di cerro». Se ne andranno mesi, prima che il paese torni a vivere. Mesi «in discesa», visto che si va verso la bella stagione. Ma a ottobre, a novembre? Diciamocelo: non sarebbe bello, il prossimo inverno, se il lupo non avesse il museo che gli hanno promesso.