La calda estate di Telecom e Unicredit

da Milano

Maledetti mutui americani. Giunti fin qui a turbare i sonni estivi dei banchieri italiani. E non solo i loro, perché il crollo delle Borse ha creato perdite teoriche per le grandi operazioni di mercato ancora «aperte». Due su tutte: il passaggio di mano della maggioranza di Telecom Italia e la fusione Unicredit-Capitalia.
Telecom Italia. Correva il 30 aprile quando Marco Tronchetti Provera (insieme con Gilberto Benetton) hanno chiuso l’accordo per cedere Olimpia (vale a dire il 18% di Telecom) a una cordata di nuovi investitori, messa in piedi da Mediobanca e Intesa Sanpaolo. Vendita a tempo, però, da chiudersi solo dopo l’ok delle authority di mezzo mondo: il closing ancora non c’è ed è atteso per fine mese. A comprare sarà Telco, holding in cui entreranno Generali con il 28,1%, Mediobanca e Intesa Sanpaolo al 10,6% ciascuna, Sintonia (Benetton) all’8,4% e Telefonica, con il 42,3%. Attraverso una serie di accordi parasociali, i soci di Telco pagano pezzi differenziati e alcuni (Mediobanca e Generali) conferiscono azioni già in portafoglio. In sintesi il gruppo degli italiani avrà 1,118 milioni di titoli, a un valore di carico di 2,53 euro per azione. Peccato che ieri Telecom abbia chiuso in Borsa a 1,91 euro, in calo 2,9%. Il che, per Generali e Mediobanca, significa una perdita potenziale rispettivamente di 337 e di 128 milioni sul prezzo già in carico. Mentre Intesa deve pagare la sua quota 128 milioni di più di quello che vale oggi. Altra minusvalenza, da 101 milioni, per Sintonia. Per tutti la differenza con il valore di mercato è del 24,5%, un quarto. Ancora più clamoroso il «gap» per Telefonica che, in base agli accordi, pagherà 2,82 euro per 820 milioni di azioni. Il gruppo spagnolo deve sborsare 2,314 milioni per una cosa (il 42,3% del capitale di Telco) che oggi vale 750 milioni di meno. Il deficit è del 32%, mentre al momento dell’accordo, con i titoli Telecom a 2,27 euro, si trattava di meno del 20%. La somma totale della perdita accumulata fino a ieri per Telco è di 1,444 miliardi, su un investimento di 4,671 miliardi. Se per i venditori sembra non esistano problemi (il prezzo è blindato da clausole che escludono l’«eccessiva onerosità»), resta per Telco l’incognita legata a un aumento di capitale già in cantiere, per 900 milioni, che l’ad di Intesa Corrado Passera dovrebbe proporre a nuovi investitori italiani. Oltre al rischio, per tutti, di un possibile imprevisto nuovo aumento di capitale, necessario per adeguare il patrimonio di Telco ai nuovi valori.
Uni-Capitalia. Qualche apprensione anche per Alessandro Profumo: lo statuto di Unicredit prevede che nessun socio possa votare per più del 5% del capitale, quello di Capitalia non possiede questa clausola. Per questo Profumo ha offerto ai soci dissenzienti di Capitalia (il 59,5% che non ha approvato la fusione) il diritto di recesso: 7,015 euro per azione. Ebbene, da ieri il recesso è più conveniente del concambio di 1,12 titoli Unicredit offerti per ogni titolo Capitalia. Il calcolo, con Unicredit che ieri ha chiuso in calo del 3,7% a 6,036 euro, fa 6,76 euro, valore inferiore del 3,6% al prezzo di recesso. Per Profumo è un esborso teorico di 10,8 miliardi.
La scadenza per chiedere il recesso è fissata per venerdì 17 agosto, mentre il pagamento è previsto a 6 mesi dalla fusione (effettiva dall’1 ottobre). Ma è già convocato un cda di Unicredit il 18 settembre per valutare il da farsi in base ai recessi: se fossero troppi, è già pronta la convocazione di un’assemblea per abolire il tetto del 5%. E disinnescare la mina. Non senza mal di pancia.