Caldaie a carbone, giorni contati

Dal 1° settembre sono fuorilegge Ma degli 850 condomini pochi si sono messi in regola

Delfina Santoro

Le caldaie a carbone stanno per andare definitivamente in pensione. Dal primo settembre, in tutta Italia, sarà vietato l’uso del coke metallurgico e dell’antracite come combustibili per il riscaldamento condominiale. I tempi stringono dunque, ma a Roma gli 850 condomini che usano questo tipo di caldaie non hanno ancora provveduto alla conversione.
A stabilire questa misura, che insieme ad altre punta a ridurre l’inquinamento atmosferico, è l’articolo 10, comma 1 del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (Dcdm) 8 marzo 2002. Attualmente rispetto alla quantità di carbone disponibile, solo il 5 per cento è utilizzato come combustibile domestico. La maggior parte, circa il 62 per cento, è sfruttato a livello industriale per produrre elettricità e calore. In ogni caso il divieto posto dal decreto, che recepisce direttive europee dei primi anni ’90, non riguarda l’uso industriale del carbone, ma gli impianti con potenza inferiore a 0,035 Mw e le stufe usate in singoli locali. Tra i combustibili fossili proprio il carbone registra la più alta percentuale di emissioni d’anidride carbonica per unità di energia prodotta. Per 1 kw di energia elettrica da carbone si produce una quantità di anidride carbonica più che doppia rispetto a quella prodotta da un impianto di gas. Per una normale palazzina (4-5 piani), questo tipo di riscaldamento ha una potenza di 100mila Calh. Nei condomini più grandi può arrivare a 175mila Calh.
Ora, se pensiamo che in inverno le caldaie possono rimanere accese anche 12 ore al giorno e che gli impianti di riscaldamento di uso domestico non hanno filtri per la depurazione dei fumi, è facile concludere che il primo novembre, con l’accensione dei termosifoni negli 850 condomini in questione, sarà come se si accendessero 40mila automobili contemporaneamente.
La scadenza viene tuttavia presa con leggerezza da tutti: condomini, amministratori degli stessi, privati cittadini e istituzioni. Inoltre le informazioni che circolano sono assai confuse. Sul sito dell’Aduc, l’Associazione degli utenti e consumatori, c’è chi chiede la sospensione del decreto per effetto di un ricorso al Consiglio di Stato, avviato dall’associazione dei commercianti di combustibili solidi che, tuttavia, non spingono l’azione legale. C’è anche chi sostiene che la data è stata spostata. Dal canto suo, il Campidoglio non sembra voler dare troppo peso alla cosa, anche perché la conversione comporterebbe una spesa non indifferente per circa 15mila famiglie romane. Finora però non ha nemmeno promosso un rinvio o una proroga col rischio di apparire insensibile al problema dell’inquinamento atmosferico.
C’è da aggiungere che l’Italgas (Eni) dovrebbe eseguire in tutta fretta l’allaccio di mille impianti entro il prossimo primo settembre. Nel frattempo molti chiedono il rinvio della data, almeno per Roma. Tra questi anche il segretario dell’Aduc Primo Mastrantoni, il quale già a maggio dichiarava: «appare singolare ricordare tale appuntamento in vista della stagione estiva, ma cambiare l’impianto richiede decisioni condominiali, tempo e soldi e, considerate le ferie di agosto, il periodo a disposizione per i lavori appare alquanto esiguo». Ma se le premesse per una proroga ci sono, la soluzione politica che si palesa nella Capitale è la solita: lasciar correre fino ad essere «costretti» a rinviare la data. Altrimenti, quando in molti condomini verranno accesi i termosifoni, 15mila famiglie romane potrebbero rimanere al freddo.