Calderoli e l’espulsione dall’Ue agitano i vertici del Carroccio

Bossi chiede «nervi saldi» ai colonnelli in fibrillazione. Giorgetti critico con l’ex titolare delle Riforme, Maroni contro Reguzzoni

Adalberto Signore

da Roma

Umberto Bossi predica calma e invita i suoi a tenere «i nervi saldi». Seguendo il suo proverbiale istinto il Senatùr guarda avanti e chiede compattezza e unità. Soprattutto ora, che mancano tre settimane al voto. Lo fa per telefono, in costante contatto con i suoi, esortandoli a concentrarsi sulle ultime settimane di campagna elettorale nelle quali bisogna dare il tutto per tutto. Perché Bossi la politica l’ha sempre intesa così, su e giù per le valli, avanti e indietro per comizi. Non a caso, fra qualche giorno si rimetterà in moto anche lui e tornerà a passare le serate in mezzo alla sua gente.
Un entusiasmo, quello del Senatùr, che deve però fare i conti con la crescente agitazione dei suoi colonnelli, che ormai da qualche mese sembrano condurre una vera e propria guerra di posizione interna. Aperta formalmente da Roberto Maroni, che in un’intervista a Repubblica puntava il dito contro i «troppi berluscones che ci sono in Lega», e mai chiusa. Al punto che ieri - dopo che qualche giorno fa lo stesso Bossi aveva fatto i nomi di Giancarlo Giorgetti e Marco Reguzzoni come suoi possibili successori (il primo lo aveva indicato come suo delfino anche anni addietro) - il ministro del Welfare è tornato sulla questione. E in un’altra intervista, questa volta alla Stampa, ha detto la sua su Giorgetti: «È bravo. Potrà fare il ministro, ma non l’erede di Bossi. Non ancora». Che detto da uno che ministro lo è già stato due volte un certo effetto lo fa. Un’uscita, spiega chi conosce bene Maroni, che ha come destinatario non tanto Giorgetti ma soprattutto Reguzzoni, reo di aver «organizzato e gestito» l’intervista a Panorama (e le anticipazioni alle agenzie) nella quale Bossi lo indica tra i «papabili». Cosa che peraltro pare non aver gradito troppo nemmeno Giorgetti, sempre molto schivo e niente affatto incline ai riflettori. Così, quella che nella semplificazione giornalistica è diventata la guerra tra «la pattuglia romana» e «gli emergenti» va avanti. Alimentata pure da qualche deluso della vecchia guardia. Su tutti Gilberto Oneto, già ministro delle Identità del governo della Padania e oggi direttore editoriale di Quaderni Padani. Che, dopo la mancata candidatura, non perde occasione per attaccare la Lega dalle colonne di Libero (a sua firma o, come ieri e qualche giorno fa, dietro lo pseudonimo di Mario Bonaccorsi).
Che la situazione sia delicata è fuor di dubbio, soprattutto dopo che ieri a Strasburgo i quattro eurodeputati del Carroccio (Bossi, Mario Borghezio, Enrico Speroni e Matteo Salvini) sono stati espulsi dal gruppo Indipendenza e democrazia che unisce molti euroscettici e alcune formazioni autonomiste e di destra. Decisione che la Lega bolla come « illegittima» e che, anche se non ufficialmente, sarebbe stata presa dopo le polemiche sulla maglietta anti-Islam di Roberto Calderoli. Così, è possibile che nelle prossime ore il Senatùr decida un intervento pubblico, proprio per tranquillizzare e ricompattare il movimento. Che continua sì senza sosta l’attività sul territorio, ma che guarda pure con un pizzico di preoccupazione i sommovimenti interni. Il perché sta tutto nelle parole di Maroni: «La campagna elettorale della Lega non finisce il 9 aprile. Perché poi c’è il referendum sulla devoluzione, il congresso della Lega Lombarda e quello della Lega Nord».
Insomma, la partita è lunga. E vede da una parte Giorgetti, segretario della Lega Lombarda, Reguzzoni e il gruppo di giovani che gli sta più vicino (compreso Paolo Grimoldi, coordinatore federale dell’Mgp). Secondo i quali le insofferenze della «pattuglia romana» sono dovute soprattutto al loro rapporto preferenziale con il Capo. Dall’altra c’è Maroni ma pure Calderoli, che negli ultimi tempi ha avuto più di una frizione con Giorgetti. L’ultima mercoledì, quando guardando le anticipazioni del Tg5 della sua intervista a Matrix, il segretario della Lega Lombarda è andato su tutte le furie. Due i passaggi che non ha affatto gradito: sulla legge elettorale («una porcata») e su Saddam e Milosevic («gli unici che potevano tenere a bada delle situazioni che altrimenti sarebbero uscite fuori controllo»). E pure Bossi non deve essere stato troppo contento se ieri la Padania relegava la vicenda a pagina 10 e senza alcun accenno alla «porcata» nella titolazione. Malumori che si sono fatti sentire anche a via Bellerio, dove in molti - soprattutto nell’Mgp - giudicano «incomprensibile» l’uscita di Calderoli a tre settimane dal voto. Non a caso, ieri sera l’ex ministro ha chiarito il concetto dai microfoni di Radio Padania: «È una legge che ha luci e ombre. Le liste bloccate sono un difetto che correggeremo».
Il Senatùr, dicevamo, resta alla finestra. Ma, come è successo in Lega negli ultimi 15 anni, sarà ancora una volta lui - a tempo debito - a chiudere la partita.