Calearo spara sul governo, caos nei democratici

Gaffe dell’ex leader di Federmeccanica: "Spero
Visco non sia candidato. Mastella? Un santo, ha fatto cadere
l’esecutivo". Parisi minaccia di ritirarsi, la
Bindi si infuria. <a href="/a.pic1?ID=246017" target="_blank"><strong>Pannella: sciopero della sete contro il Pd</strong></a>

Tre due uno bang, appena il tempo di scattare dai blocchi di partenza, di tramutarsi da imprenditore in candidato democratico, e Massimo Calearo piomba come un elefante nella cristalleria veltroniana. Uno dice: è un neofita della politica, deve farsi le ossa, non si può pretendere che sia già scafato come D’Alema. E dunque ci vorrà il suo tempo perché Calearo non se la prenda più con i suoi nuovi compagni di partito, perché sia prudente con Visco, delicato con Mastella, amichevole con Damiano. Insomma, che conti fino a dieci prima di sparare a zero sul Pd e sul suo governo come ha fatto l’altra sera a Ballarò.
Come tutti i trapianti di un corpo estraneo, era prevedibile che l’innesto di un falco di Confindustria nel fu partito del proletariato desse sintomi di rigetto. Ma il quadro clinico dopo pochi giorni fa sospettare che sia stato trapiantato un organo sbagliato. Calearo era partito subito con il piede sbagliato. La sua prima intervista: «Sono disponibile a fare il ministro, ma non dipende da me».
Certo che no, i ministri li nomina il capo dello Stato, ma il campione dell’imprenditoria veltroniana ha precisato: «Credo che non sarei particolarmente ferrato per prendere in mano il ministero delle Politiche agricole. Piuttosto Economia o Sviluppo economico». Cioè soffiare il posto a Pierluigi Bersani, il ministro delle liberalizzazioni e dunque bandiera del Pd liberale e occidentale, oppure a Padoa-Schioppa e Visco.
L’altra sera, alla prima comparsata in tv (Ballarò), il presidente uscente di Federmeccanica ha spiegato che cosa pensa davvero di Visco: «Per carità di Dio, spero non lo ricandidino», ha esclamato. È quanto si augurano tutte le partite Iva d’Italia, che proprio per questo difficilmente voteranno Pd mentre Calearo sarà un capolista.
Se Visco è il diavolo, Mastella è invece un santo. Proprio lui, l’affossatore di Prodi (che è presidente del partito che ha arruolato Calearo): «San Clemente Mastella ha fatto bene al Paese perché ha fermato il governo e adesso c’è un partito come il Pd che ha un programma moderno». La stessa riconoscenza che aveva manifestato Silvio Berlusconi un mese fa in piazza San Babila, oltre che quasi tutta Italia.
Seduto a fianco di Calearo nello studio di Ballarò, il sottosegretario prodiano Enrico Letta era più pallido del solito. Ma è sbiancato quando ieri mattina ha aperto il Riformista, dove il presidente dimissionario di Assindustria Vicenza (la terza maggior associazione imprenditoriale italiana) ha detto il resto. Montezemolo chiede liberalizzazioni e privatizzazioni mentre Veltroni mette al primo posto la lotta al precariato? «Non vedo tutte queste differenze». L’articolo 18, difeso vittoriosamente da sinistra e sindacato in una battaglia campale contro il governo Berlusconi e gli industriali? «Si potrebbe togliere, sarebbe un elemento di modernizzazione del Paese». I contratti di lavoro, baluardo storico della sinistra? «Va potenziata la contrattazione di secondo livello», cioè quella aziendale.
Perché «i soldi vanno dati dove si fanno», che sarebbe un ottimo slogan per il federalismo fiscale invocato dalla Lega Nord. E infatti l’estate scorsa il numero uno degli industriali metalmeccanici aveva inneggiato allo sciopero delle tasse.
Inevitabile che il Calearo-pensiero venisse mal digerito dai suoi nuovi compagni di strada, che non capiscono chi ha preso la cantonata più forte tra lui e Veltroni. Scontata l’indignazione della Sinistra arcobaleno: da Bertinotti in giù, è da domenica che lanciano granate. Ma i più lancinanti sono i mal di pancia nel Partito democratico. Borbottio silenzioso quello di Cesare Damiano, che ha incassato il no di Confindustria all’inasprimento delle leggi sulla sicurezza nel lavoro: ma le parole di D’Alema ieri mattina a Omnibus («il Pd è con Damiano e non con i falchi confindustriali») sono suonate come una tirata d’orecchi all’uomo che fino a quattro giorni fa guidava Federmeccanica.
E poi c’è stata la bomba-Parisi. Il ministro della Difesa, prodiano della prima e anche dell’ultima ora, non voleva credere a quello che leggeva sui giornali: Mastella santificato, Visco sbeffeggiato. «Poiché sono stato anch’io, come Calearo, proposto come capolista per lo stesso Partito democratico ancorché in un’altra regione e per di più ricoprendo ancora la carica di ministro nel governo della cui caduta Calearo mostra riconoscenza a Mastella, non posso far finta di non aver sentito o, meglio, letto. Le sue affermazioni sono gravi e per me inaccettabili».
Nel pomeriggio, Parisi ha fatto sapere che stava ripensando se candidarsi: o lui o l’imprenditore vicentino delle antenne. Gli ha dato man forte Rosi Bindi, capolista pd nell’altra circoscrizione veneta: «Mastella ha fatto un danno grave al Paese, mi auguro che Calearo voglia precisare meglio il suo giudizio». Silenzio invece nel loft veltroniano.
In serata è arrivata da Vicenza la correzione di rotta: mi dispiace delle polemiche, aderisco al programma del Pd, «l’iniziativa del governo Prodi è stata per molti versi positiva» ma era «minata da una maggioranza divisa» e la crisi provocata da Mastella era «inevitabile». Incidente chiuso. Resta il mistero buffo di un industriale che la pensa come Berlusconi, si candida con Veltroni e colleziona gaffe come Prodi.