Calgary, dove Tomba sfidò John Wayne

C algary è una gradevole città del Canada, dove tutto sembra benessere, allegria, partecipazione sportiva. Lo sport principe è l’hockey, ma anche lo sci ha la sua parte. Il resto è in un nome: Alberto Tomba. Magari bocciato agli esami di geometra perché pensava soltanto a divenire numero uno al mondo con gli sci. In quella circostanza al professore di italiano, propizio a chiudere anche un occhio pur di promuoverlo, alla domanda «Dimmi l’Infinito di Leopardi», rispose «leopardare». Però sulla neve, da bambino sciatore mediocre, poi improvvisamente bravissimo aspirante a 16 anni, verso i 20 si rivelò fuoriclasse. Giusto per lui aver seguito il suo istinto. Uno che una sera di vigilia di una coppa del mondo, a un folto gruppo di suoi tifosi bolognesi che non lo lasciavano andare a dormire, prima della buona notte gridò: «Domani salite con la seggiovia e poi scendete fino alla diciottesima porta, lì, se vi vedo vi saluto». L’indomani mantenne la promessa, sollevò addirittura un braccio e fece roteare il bastoncino gridando qualcosa nel suo e nel loro dialetto, poi vinse quel Gigante con oltre 1’’ sul secondo.
A Calgary non pochi pensavano a una sua medaglia nel superG, la prima delle gare, ma forse un eccesso di autofiducia lo fece catapultare alla terza porta. Poi però vinse il Gigante e lo slalom. Non aveva ancora 22 anni. Delle due medaglie la più tormentata fu lo slalom, perché nella prima discesa il forte tedesco Woerndl era stato più veloce di 63 centesimi, ma nella seconda Albertone che non voleva perdere riuscì a fare meglio per 69 e dunque vinse per un soffio. C’era il sole, fu difficile contare quanti erano i tifosi che sventolavano un tricolore. E non è stato nemmeno agevole tenere il conto delle ragazze che lo avrebbero voluto tutto per sé. Tomba fu fotografato e filmato davanti e dietro, negli occhi e con le braccia alzate ma molto divertente fu un passaggio in televisione in cui lo si vedeva a cavallo vestito da cowboy e con un fucile a canna doppia. Sostò davanti a un grande ritratto di John Wayne, pure lui con fucile e uno sguardo molto teso e si sentì la voce di Albertone dire: «Attento John che stavolta ti metto a posto io».
Altre medaglie si aggiunsero all’euforia Tombale; una, lucente d’argento di Maurilio De Zolt, minuscolo e scattante campione in ascesa di Presenaio, nelle montagne dolomitiche, nella 50 chilometri preceduto dall’idolo svedese Gunde Svan e, prime nella nostra storia, due nel biathlon, per merito della staffetta maschile e di Giovanni Passler, ambedue di bronzo. Curiose le classifiche, naturalmente non ufficiali per le nazioni nelle quali il maggior numero di medaglie onorarono gli atleti dell’Unione Sovietica e della Repubblica Democratica Tedesca, questa per l’ultima volta con tale bandiera alle Olimpiadi, mentre terza fu la Svizzera per gran merito del discesista Pirmin Zurbriggen e per la tenacissima Vreni Schneider, capace di eguagliare il nostro Tomba con l’oro in slalom e gigante.