Caliendo, tensione sul voto dei ministri finiani

Il bizantinismo di Fini sulla sfiducia: tutti si asterranno ma i suoi
uomini nel governo voteranno per il sottosegretario. "Non siamo
traditori ma leali. Il terzo polo non ci sarà&quot;. Ieri <strong><a href="/interni/partite_prove_tecniche_inciucio_centrista/04-08-2010/articolo-id=465249-page=0-comments=1" target="_blank">prime prove tecniche di inciucio e Grande Centro</a></strong>: intesa con Udc, Api e Mpa

Roma - Una cosa è chiara: ora a Gianfranco Fini tocca occuparsi in prima persona della quotidiana cucina politica e delle beghe interne al suo neonato partito.

Lo si è visto ieri sera, che l’aura super partes e l’algido distacco presidenziale dal convulso teatrino quotidiano del Palazzo rischiano di diventare un ricordo del passato: quando il presidente della Camera si è dovuto mettere a tavola coi tutti i suoi parlamentari, alla Fondazione Farefuturo, e cercare di sbrogliare i pasticci che rischiano di frenare oggi il debutto parlamentare della sua creatura e dell’auspicata alleanza con Casini e Rutelli.

I problemi non mancano certo. Tra i trentatre parlamentari finiani serpeggiano malumori, timori e rivalità di varia natura, e tentare di governarli non è stato facile per Fini. C’è la preoccupazione comprensibile dei membri del governo (il ministro delle Politiche europee Andrea Ronchi in testa), che non vogliono certo che l’astensione sul sottosegretario Caliendo suoni come un atto di slealtà contro l’esecutivo di cui fanno parte. E che ieri erano incerti tra l’uscita dall’aula, o addirittura il voto favorevole al governo. Tanto più che dai berluscones arrivavano allarmanti segnali di guerra: «Chi si astiene si dimetta dal governo», minaccia Massimo Corsaro. E così in serata è intervenuto il presidente della Camera in persona con un bizantinismo davvero ardito: i parlamentari finiani semplici dovranno astenersi, ma «i ministri finiani potranno votare contro la sfiducia».
«Dobbiamo ribadire assoluta fedeltà al programma di governo - ha detto Fini ai suoi -. Saremo coerenti, ma c’è libertà di dissenso sulle cose non in programma. Non siamo traditori». Il presidente della Camera ha inoltre voluto smentire la nascita di un terzo polo centrista insieme con Rutelli, Casini e Lombardo. «Non è la mia idea né il mio progetto».

«La nostra lealtà e responsabilità verso il governo e il suo programma non sono in discussione - ha ripetuto anche il viceministro al Commercio estero Adolfo Urso - e infatti oggi, come Berlusconi avrà notato, i decreti in discussione sono stati approvati con il nostro apporto determinante». In realtà, ragiona l’esponente finiano, «il premier dovrebbe cogliere l’occasione che gli offriamo per rafforzare il suo esecutivo: domani (oggi per chi legge, ndr) il governo avrà un’ampia maggioranza relativa, e la sfiducia a Caliendo avrà molti meno voti di quelli che avrebbe raccolto senza il nostro accordo con Casini e Rutelli. E siamo pronti a un patto di legislatura con lui».

In verità, quella «ampia maggioranza relativa» è proprio lo spauracchio che agita tanti finiani: e se il Cavaliere, preso atto di avere meno di 316 voti in aula, salisse al Colle ad annunciare di non avere più la maggioranza? Alimentata dalle file del Pdl per aumentare il pressing sui fuoriusciti, la voce circolava intensamente ieri, ed era al centro dei conciliaboli tra le «colombe» finiane. Tra cui cominciano a far capolino i dissidenti: dopo i dubbi di Nino Lo Presti, ieri il deputato pugliese Francesco Divella ha detto chiaro: «Voterò contro la sfiducia». La motivazione non è fortissima («Tutti dicono che è un buon uomo»), ma il timore è chiaro: «Spero che non si vada al voto anticipato».

Oggi il gruppo finiano deve eleggere i capigruppo. Al Senato Mario Baldassarri sarà reggente fino a settembre e poi capogruppo diventerà Pasquale Viespoli. Alla Camera, invece, l’idea iniziale di Fini era di lasciare fino alla ripresa autunnale il vicentino Giorgio Conte e poi vedere. Invece l’accelerazione su Caliendo ha costretto a stringere i tempi. E se fino a qualche giorno fa il favorito appariva il «pontiere» Silvano Moffa, ieri è stata decisa la nomina del «duro» Italo Bocchino. L’indicazione di Fini scontenta però la componente che punta al dialogo col Pdl, che verrà compensata con la nomina di Moffa a coordinatore dei due gruppi.