Califano: «Sono rinato, voglio incontrare il Papa»

RomaE poi se ne va, il piede sull’acceleratore. Una spider, come sempre. Vrooom. Franco Califano pubblica un disco che è un gioiello, C’è bisogno d’amore (edito dalla neonata e intraprendente Audacia, distribuito Sony), il risultato superbo di una carriera piena di vita e di talento che oggi, eccolo qui, ha trovato il suo equilibrio in queste canzoni. Per carità, quattro le conoscono già tutti ma ora rinascono più intense di prima: Allora sì con Nicky Nicolai e Stefano Di Battista («Avrei voluto Mina, ma è irraggiungibile»), La nevicata del ’56 con Federico Zampaglione, E la chiamano estate (strepitosa) con la tromba di Fabrizio Bosso e Un tempo piccolo rivisitata dal sax di Renato Vecchio. Ma otto sono nuove da capo a piedi (come Quello che non sappiamo, duettata con Simona Bencini), frutto di due anni di lavoro e di cinquant’anni di esperienza, talvolta malinconica come in Pallide memorie ma sempre golosa di passioni come nel tango Solo e innamorato. «Che bella situazione, essere soli e innamorati», sorride lui, seduto al tavolo di un ristorante prima di sgasare via sulla spider. È in forma stile Dolce vita, occhiali da sole e pizzetto, ha appena finito una dieta «spaventosa» che gli ha tolto tredici chili, e rinasce dopo una complicata operazione al polmone sinistro: «Scrivilo, scrivilo pure, io non sono mica come quelli che si piangono addosso. E poi sto benissimo». Se c’è qualcosa che conquista di Franco Califano - settant’anni e un fascino che basta girare Roma con lui per toccarlo con mano - è il candore entusiasta per tutto ciò che lo circonda. Spalanca gli occhi, chiede, annuisce. È appena arrivato da un concerto a Forte dei Marmi, sta per farne altri trenta in poche settimane, ma tanto dorme solo sei ore per notte «a prescindere da quando vado a dormire». Talvolta, molte volte, nella sua corsa di bon vivant, si è svegliato in compagnia e ancora adesso «vado incontro a una donna come a una giornata di sole e poi c’è sempre la tempesta». È, come dice, «non fidanzato, ma praticante». Però spesso si è rialzato da solo perché «ho incontrato tante buche e ci sono finito dentro ma ce l’ho fatta sempre con le mie forze. Nessuno mi ha mai fregato, ma tanti mi hanno voltato le spalle in attesa di vedere che fine facevo». Sapete no? Gli arresti del 1970 e dell’83, l’etichetta di essere un poco di buono, una carriera con tanti alti e qualche pausa traballante. Califano è un autore che passerà alla storia e un interprete che, come dimostra pure in questo album, colora alla sua maniera qualsiasi brano con uno stile che ce ne fossero. È uno, insomma, che va oltre la semplice canzone e infatti sta scrivendo monologhi in romanesco, «certo quel peccatore senza perdono di Gioacchino Belli scriveva cose più spesse delle mie ma io ci provo lo stesso, il romanesco, se usato bene, non è mai volgare». Abita, questo re di Roma che tutti, quando lo incontrano, trattano come un padre, in una villa a pochi passi da Ostia, l’aria condizionata sempre a palla, una gigantografia di Ratzinger in salone. «Ho fatto richiesta e sto aspettando di incontrare il Papa, mi ha affascinato appena l’ho visto: ha una cultura sconfinata, non è melenso, mi piace addirittura che abbia la stampa contro. Voglio vedere che effetto mi fa. Io sono credente ma non sono come Brosio, che ha visto la Madonna: la mia è una fede sofferta, paurosa dei misteri che la permeano». Pausa. Silenzio. Califano ha il pudore delle cose importanti: ride, scherza, fa battute. Ma si arresta di fronte ai capisaldi della vita, come quando racconta di avere avuto una figlia ma di non sentirsi padre perché «il vero padre non è quello che procrea, ma quello che alleva e io non l’ho fatto. E adesso mi manca molto di non poter essere nonno». Oppure se accenna alla politica, lui che è stato spesso pizzicato perché non ha mai fatto mistero di essere vicino al centrodestra: «Per me la politica è una cosa seria. Se mi candidassi a Roma prenderei una barca di voti, ma poi dovrei mollare tutto e io mi sento di avere ancora tante cose da dire in musica». Ed è così che è diventato un simbolo, forse il più selvaggio, senz’altro uno dei più autentici, della nostra canzone, uno che lo imitano in tv e fanno ascolti pazzeschi a qualsiasi ora. «Mi piace l’imitazione di Fiorello, mi ha invitato al suo show in piazzale Clodio e ci mandiamo spesso messaggini parlando del più e del meno. E ridiamo: oggi sembra quasi proibito farlo». E giù una risata squillante, rotonda, una frustata gioiosa alla cupezza del mondo che sta là fuori, incarognito.