Calipari, i senatori della sinistra attaccano gli Usa

Tra i firmatari Furio Colombo, Luigi Bobba e Armando Cossutta

Emanuela Fontana

da Roma

Il rapporto della nuova maggioranza con gli Stati Uniti parte in salita dopo la decisione di Washington di archiviare il caso Calipari e di non fornire «ulteriori informazioni» all’Italia sulla sparatoria del 4 marzo 2005 a Bagdad in cui morì l’agente del Sismi. Gli Usa avevano scritto in un comunicato del dipartimento di Stato che si risponde negativamente, e «in modo definitivo» alla richiesta dell’Italia di avere i nomi dei militari americani coinvolti. A meno di una settimana di distanza, una parte dei senatori del centrosinistra, compresi alcuni parlamentari dei ds e della Margherita, hanno già presentato una mozione con cui impegnano il governo a adoperarsi con ogni iniziativa per acquisire tutte le informazioni necessarie e per «fare piena luce» sull’accaduto. Il governo Berlusconi non ha il tempo tecnico per rispondere, e toccherà dunque farlo ai successori.
Il testo è stato firmato dai senatori Antonio Iovene, Francesco Ferrante, Piero Di Siena, Silvana Pisa, Emanuela Baio Dossi, Furio Colombo, Enrico Morando e Luigi Bobba dell’Ulivo, da Francesco Martone e Luigi Malabarba di Rifondazione comunista, da Gianpaolo Silvestri e Anna Donati dei Verdi e da Armando Cossutta dei Comunisti italiani. «Il rifiuto a collaborare e a fornire ulteriori elementi, diversi da quelli già forniti nel rapporto della Multi National Corps Iraq - scrivono i senatori nella mozione - allontana ulteriormente l’accertamento pieno della verità». Il documento era stato consegnato dagli Stati Uniti all’Italia alcune settimane dopo l’omicidio di Calipari e vi si escludeva ogni responsabilità da parte dei soldati Usa.
La mozione impegna il governo «a riferire urgentemente in ordine alle ragioni che sostengono il rifiuto statunitense e, qualora non fossero ancora conosciute, ad attivarsi per apprenderle». Il nuovo governo di Romano Prodi, e in particolare il futuro ministro degli Esteri, si trova dunque ad affrontare prima ancora del giuramento una mozione interna in cui, fra l’altro, si chiede di avviare una protesta formale contro gli Stati Uniti per la risposta del dipartimento di Stato sul caso Calipari. I senatori chiedono infatti al nuovo esecutivo anche di esprimere al governo degli Stati Uniti, per tramite del suo ambasciatore a Roma, una formale protesta per la mancata collaborazione per l’accertamento della verità in ordine a questo caso e richiamare a un sistema di relazioni rispettoso delle reciproche prerogative nazionali». Si invita quindi il governo a «mettere in atto ogni iniziativa utile per l’ottenimento di tutte le informazioni necessarie a fare piena luce su quanto accaduto».
Nei primi passi precedenti l’insediamento, Prodi non sembra però voler affrontare la questione, e appare invece impegnato a intessere buoni rapporti con gli Stati Uniti nonostante la spina nel fianco della sinistra radicale. Ieri il Professore ha incontrato tra un vertice e l’altro a piazza Santi Apostoli e tra una votazione e l’altra per la scelta del presidente della Repubblica uno dei numeri due del dipartimento di Stato americano, Kurt Volker, con cui però non è stata affrontata la vicenda Calipari.
Nei giorni scorsi invece una voce autorevole dei ds, la neocapogruppo al senato Anna Finocchiaro, aveva chiesto al ministro della Giustizia uscente Roberto Castelli di chiedere agli americani le ragioni della risposta del 4 maggio, ma aveva aggiunto: «La questione è troppo dolorosa per il nostro Paese per consentire a chiunque di sfuggire alle proprie responsabilità istituzionali». Ma la posizione americana sembra quantomai ferma. Dopo l’incontro con Prodi, Volker ha infatti risposto a una domanda su Calipari: ««Abbiamo indagato insieme (con gli italiani, ndr) a fondo e non credo ci sia niente di nuovo da dire e niente altro che possa venire fuori».
Commentando la nota del dipartimento di Stato della scorsa settimana, la deputata di Rifondazione Elettra Deiana non aveva escluso l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul caso Calipari perché, nonostante il no americano, il futuro governo deve «svolgere tutte le iniziative per far luce sulla vicenda».