Calisto, il genio del disastro che dice ancora: "Non sapevo"

Milano - Quel volto nebbioso se l’è portato dietro fino alla sentenza. Cinque anni con quella faccia dimessa, i foglietti fra le mani per leggere come un ragioniere, nelle rare apparizioni in aula, dichiarazioni lunari, fra un colpo di tosse e l’altro. «Il timone c’era ancora, solo che non lo tenevo io», ha detto al Giornale il 17 novembre scorso, dopo aver ribadito in aula che lui della truffa «non sapeva niente». E in un altro penoso show, il 7 marzo 2006, aveva acceso l’ira di molti risparmiatori traditi chiedendo, sempre sul filo di un’umiltà così umile da apparire beffarda, «cristianamente perdono».

No, nessuno era disposto a perdonarlo fra quei bond people disperati che hanno stazionato per giorni, fra le Procure di Parma e Milano, brandendo enormi cartelli colmi di rabbia. Tanzi se l’era cavata, sempre con quel profilo sbiadito, puntando il dito contro Jp Morgan Chase Manhattan, «artefice della catena dei bond» e poi contro Bank of America e le altre «banche, capaci di strumentalizzare una Parmalat in balia delle alchimie della finanza». Ora, la sentenza che assolve tutto la staff di Bank of America, in attesa di capire le responsabilità degli istituti di credito italiani, accentua invece la sua solitudine di dominus di un disastro da 14 miliardi di euro.

Personaggio scintillante, carismatico e vivacissimo, il Calisto Tanzi frequentato da finanzieri e politici fino alla fine del 2003. L’opposto di quel signore smunto e contrito che si è trascinato nell’ultimo lustro. Incantava i banchieri che a New York ascoltavano rapiti la sua descrizione dello skyline, citando, grattacielo per grattacielo, storie, date di costruzione, nomi dei progettisti; un’altra volta stordiva i suoi manager perché, arrivato a pagina 12 di un documento, prendeva il microfono e diceva: «A pagina due c’è un errore». E la verifica confermava la sua intuizione. Mente matematica. Grande cultura e capacità di tessere relazioni. Riceveva i politici e finanziava Odeon tv. Intanto portava Parmalat fra i primi dieci gruppi italiani, ma soprattutto vendeva ovunque il marchio prestigioso della Food Valley, la terra del latte, del parmigiano e del buon vivere, quella di cui si sarebbe innamorato perfino John Grisham.

Parmalat era con i suoi prodotti una parte del presepe domestico di milioni di italiani; Parmalat era un pezzo del mito italiano, per esempio in America Latina, dove la leggenda continua - e basta andare su Facebook per trovare i fan del tè alla pesca. E nel ’99 il Parma, il suo Parma, alzava la coppa Uefa. Ma i ricavi di yogurt e latte sparivano in un pozzo senza fondo. Parmalat era tecnicamente fallita da molti anni, Parmalat era sempre in perdita, ma per mascherare il disastro pagava perfino tasse non dovute, dalla pancia della contabilità Parmalat sarebbero usciti, come serpenti velenosi, 700 file di falsi.

Il sogno, «il sogno della mia vita», come l’ha evocato lui in aula, sempre indossando quella maschera dolorosa, era annegato insieme ai bilanci di migliaia di italiani. Che si fidavano del Cavaliere del lavoro Calisto Tanzi come di un parente caro. Lui li ha abbandonati e poco prima di essere arrestato aveva abbandonato anche l’Italia per raggiungere con la moglie Quito, via Lisbona. Perché? «Andammo a Fatima - ha risposto lui - e poi in Ecuador facemmo vita da turisti, visitando un lago in un vulcano spento». Racconti buoni per un fumetto, quando ancora non si sa che fine abbia fatto un miliardo di euro, sparito via Uruguay. E invece anche al gip Guido Salvini consegnava un autoritratto spartano, quasi da pensionato: senza nemmeno il cellulare, con due carte di credito quasi vergini. Chissà se ora darà qualche spiegazione sul più grande disastro finanziario del dopoguerra.