Callaghan: «Ma ora questo Liverpool sbaglia raramente»

da Liverpool

«Diciamo solo che è stata una di quelle partite che il Liverpool non avrebbe mai potuto vincere». La delusione è ancora lì. Anno 1965, semifinale di Coppa dei Campioni. L’Inter viene ridimensionata 3-1 nella bolgia di Anfield. La rimonta appare come un’impresa improbabile. Puntualmente centrata dagli allora campioni d’Europa e del mondo. Mario Corso, Joaquín Peiró, Giacinto Facchetti: qualificazione nerazzurra. Ian Callaghan, recordman di presenze con la maglia del Liverpool (856 gare, 69 gol, un solo cartellino giallo in tutta la carriera), ricorda «la soggezione di giocare a San Siro».
Cosa le è rimasto di quella doppia sfida?
«Era la stagione del debutto in Europa e San Siro un’esperienza incredibile. Eravamo certi di passare, ma non andò come sognavamo».
Eppure all’andata la vostra vittoria era stata netta.
«Il sabato precedente avevamo vinto la Coppa d’Inghilterra. Prima della partita Bill Shankly decide di mostrarla ai tifosi e la porta al centro del campo. Si crea un’atmosfera elettrica sugli spalti. In quegli anni l’Inter era la squadra più forte al mondo. Avevamo bisogno che i nostri tifosi facessero la differenza. E così successe».
Crede che l’Inter fosse intimorita?
«Erano abituati a giocare a San Siro e avevano un’esperienza internazionale superiore alla nostra. Ma immagino che siano rimasti sorpresi dall’intensità della Kop. Quella partita e quella contro il Saint Etienne (quarti di finale Coppa dei Campioni, 1977), sono stati momenti indimenticabili».
Il Liverpool di Shankly ha posto le basi per i successi futuri del club.
«Nel 1962 eravamo stati promossi nella massima divisione. Giocare contro squadre straniere ci ha fatto crescere. In pochi anni ci siamo trasformati da club di seconda divisione a campioni d’Inghilterra».
Nel ritorno foste travolti.
«Sono successe cose che non sarebbero dovute accadere. C’era un netto fallo su Tommy Lawrence in occasione del gol di Peirò. Qualcuno disse persino che l’arbitro aveva preso una bustarella. Di certo eravamo vicinissimi alla finale di Coppa Campioni, un traguardo incredbile».
Avete dovuto attendere 12 anni.
«La finale di Roma (vittoria sul Borussia Mönchengladbach 3-1) è stata speciale. La prima Coppa dei Campioni, come la prima Fa Cup (1965), ha un sapore unico. L’Olimpico era tutto del Liverpool, non ho mai visto tanti tifosi in trasferta».
L’opposto dell’aria che si respirava quella notte a San Siro.
«L’eccitazione di giocare in uno stadio così importante ci faceva tremare le gambe. Ricordo gli striscioni sulle tribune, per i tifosi italiani noi eravamo i drogati. Un’accoglienza che metteva paura».
Quali giocatori ricorda?
«Era una squadra immensa, Luis Suarez un genio del calcio, ma il giocatore che più ammiravo era il mio diretto avversario, Facchetti».
E ora nuovamente contro.
«Il calcio è completamente cambiato, non solo in campo. Ho giocato 18 anni per il Liverpool, un privilegio assoluto per un tifosissimo dei Reds come me. Ma chi oggi resta così a lungo in un solo club? Io non ho rimpianti e non cambierei la mia storia calcistica per i guadagni di oggi».
Quante possibilità hanno i reds di passare il turno?
«Più di quante si creda. Il Liverpool fatica a trovare continuità di risultati in Premiership, e l’uscita dalla Fa Cup è un brutto colpo. Ma nelle gare che contano, sbaglia raramente. L'Inter resta la favorita, ha un organico terrificante, ma il Liverpool ha le sue possibilità. Almeno lo voglio sperare».