La callipigia Tinì Cansino mette a sedere gli intellettuali

Ha ragione Luca Doninelli quando, col solito garbo, spiega su il Giornale di non aver bisogno - «nessuno ha questo bisogno» - d’esser culturalmente sdoganato. Lui si descrive «anarcoide, individualista e refrattario alle etichette»: non dovrebbe crucciarsi più di tanto, quindi, se Filippo La Porta l’ha sistemato «a sinistra», in polemica con Baricco e Benni. Ma qui vogliamo parlare d’altro. Di Tinì Cansino, callipigia e fulva valletta di Drive In. Nell’intervista a Magazine, quasi una seduta psicoanalitica leggendo la quale non si capisce se il paziente sia il giornalista o lo scrittore, Sandro Veronesi ha avuto buon gioco nello sfotticchiare alcuni colleghi. Durante un viaggio di rappresentanza in Sudamerica, Veronesi rintracciò nella hostess del pullman una somiglianza strepitosa con la Cansino. Provò a condividere l’impressione con i famosi letterati che l’accompagnavano: nessuno conosceva l’originale. Solo Doninelli mostrò semplicemente di ricordare. E Veronesi allora: «Dio ti benedica, vieni a sederti qui vicino a me che ne parliamo un po’».
Dio c’entra poco, in realtà. Ma il dettaglio fa simpatia. Perché sbriciola qualche vieto luogo comune sul «cattolicone e ciellino di ferro» (parola di Magazine) Doninelli, e perché fotografa come meglio non si potrebbe lo snobismo aristocratico e siderale di tanti intellettuali italiani. Del resto, con tutto il rispetto per la «kultur», qualcuno rammenterà la risposta che il filosofo-sindaco Cacciari diede a un cronista che implorava un parere su Jovanotti: «Jovanotti chi?». Non era un vezzo, ignorava proprio chi fosse.