«Calma apparente» di un Ramazzotti in cerca di serenità

Melodie di facile presa e pillole di saggezza nel nuovo album del cantante che esce venerdì, il giorno successivo alla sua partecipazione a «Rockpolitik»

Cesare G. Romana

da Milano

È facile, intuitiva, accessibile la ricetta del buon vivere affidataci da Eros Ramazzotti nel suo nuovo album, Calma apparente, titolo in sé più problematico di quanto il disco di fatto non voglia essere. Dice: «Solarità, è questa la parola chiave che ti do / aprire farà quegli occhi che si stanno abituando al buio da un po’ / solarità intesa, lo sai, come chiarezza dove sempre non c’è / come calore d’umanità». Se la sintassi denuncia qualche intoppo, la chiarezza appunto non difetta, la terapia del sorriso potrebbe sortire un rimarchevole effetto placebo e dunque ben venga quest’album onesto, candido e ben compilato. Che esce il 28 in concomitanza con il quarantaduesimo compleanno di Eros e - con accortissima tempestività promozionale - l’indomani della sua partecipazione alla seconda puntata di Rockpolitik, lo show macina-ascolti di Adriano Celentano.
Dunque, dato il giusto risalto alle urgenze del business, resta da parlare di questo decimo album d’una carriera ormai venticinquennale: una vicenda confortata da successo planetario e restia sia alle vette alte del pensiero cantautorale, sia alle banalità della canzoncina rasoterra, frequentate da tanti epigoni di Eros senza la genuinità coinvolgente del loro modello. Così Calma apparente è un filmino pop dignitoso e vissuto, permeato di facile saggezza e infine cantato e suonato con bella partecipazione emotiva: come appunto ci si aspetta da Ramazzotti. Che non lesina, qui, i tratti canonici del suo stile: melodie a pronta presa e armonie sofisticate, arrangiamenti senza troppi colpi d’ala ma funzionali e «cordiali», concetti e lessico collaudati ma rinnovati dalla giovanile freschezza che distingue tutti i lavori di Eros. E in più, in Il ritmo della passione (I belong to you), ecco un bel duetto con Anastacia, qui al culmine dei suoi estri soul e della sua acre, strepitosa vocalità.
Percorre l’album un’aura d’autobiografia dissimulata, senza concessioni alla confessione esplicita né riferimenti a vicende già ampiamente esplorate dalle cronache. Non a caso Eros ha deciso, per eludere l’aggressione dei gossipari, di non accompagnare con le rituali interviste l’uscita del disco. Limitandosi a informarne i telegiornali con qualche dichiarazione non memorabile. Dove si apprende che tra i brani da lui preferiti ci sono La nostra vita («smetto di guardare al passato e cerco di risolvere bene il mio presente»), Nomadi d’amore («rispecchia lo stato d’animo di chi cerca il partner ideale») e L’equilibrista («è come guardare il mondo dall’alto e capire dove poter andare»), che sono effettivamente tra i momenti migliori del nuovo lavoro.
Quanto ai temi salienti di quest’ultimo, Eros dà sfogo a un suo elementare utopismo raccomandando la speranza in «un mondo più pulito» da realizzare «in questo tempo imperfetto». Come? La ricetta è semplice: «Crescere nella verità / sarà un sogno che non morirà», canta l’autore-interprete in un vago contesto soul, con cori «autorevoli» e svisate bluesy. Poi si descrive «equilibrista sul filo della provvisorietà», in bilico tra «l’illusione e la realtà», esorcizza con la levità d’una fiaba la tragedia d’una ventenne suicida («Puoi prendere per la coda una cometa / e girando l’universo te ne vai»), consiglia ai Nomadi d’amore l’oasi difficile della felicità, traccia nell’assorta Tu sei il profilo dell’amore a tutto campo che ciascuno si aspetta dal capriccio dell’esistenza, prescrive contro il male di vivere la panacea della solarità. E suscita complicità e tenerezza evocando la poetica pascoliana del fanciullino, ultimo approdo salvifico: «E dipingo a modo mio - canta - il mondo intorno a me / come un bambino nel tempo che non perde mai / la sua curiosità».