Il calo dell’occupazione Usa mette al tappeto le Borse

Bruciati 4mila posti in agosto. Mercati in calo del 2%. Adesso si teme la recessione

da Milano

L’onda della crisi dei mutui subprime colpisce anche il mercato del lavoro e, per la prima volta dopo quattro anni, la Corporate America alza bandiera bianca: le assunzioni non riescono più a controbilanciare i licenziamenti. Il risultato è scritto nel gelido bilancio di agosto, con 4mila posti di lavoro andati perduti, un vero e proprio colpo sotto la cintola ieri per le Borse, da tempo alla ricerca di un centro di gravità permanente. Ha vacillato l’Europa, dove ribassi attorno al 2% sono costati altri 165 miliardi di euro di capitalizzazione; ha sofferto - e non poco - Wall Street (in chiusura il Dow Jones è arretrato dell’1,87% e il Nasdaq dell’1,88%) nonostante l’ennesimo intervento rassicurante del segretario al Tesoro, Henry Paulson, sicuro dei fondamentali sani dell’economia Usa.
Parole cadute nel vuoto. Già sollevato nei giorni scorsi dall’Ocse, il dubbio che gli Stati Uniti possano scivolare in recessione circola con sempre maggiore insistenza, al punto da riportare l’euro a un passo da 1,38 dollari. Sotto questo profilo, proprio i dati sull’occupazione non sono affatto confortanti. Oltre al saldo negativo relativo al mese scorso, le cifre indicano come nell’ultimo trimestre siano stati appena 44mila i posti di lavoro creati, un livello decisamente insufficiente a sostenere la crescita di un’economia essenzialmente basata sui consumi delle famiglie, molte delle quali faticano - o non riescono proprio - a onorare le rate dei mutui. Se del rallentamento della locomotiva americana non c’è evidenza nei dati del secondo trimestre (più 4% il Pil), l’andamento dell’occupazione è la spia di un malessere che già cominciava a manifestarsi nella tarda primavera, quando la crisi del credito e le turbolenze dei mercati finanziari non erano ancora così manifeste. Non a caso, il governo è stato costretto a tagliare drasticamente il saldo dell’occupazione di giugno (da 92mila a 68mila) e anche quello di luglio (da 126mila a 69mila), mentre il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 4,6% solo perché 340mila persone hanno smesso di cercare un impiego.
La reazione delle Borse, messe sull’avviso un paio di giorni fa dalla notizia che i licenziamenti negli Usa erano cresciuti dell’85% durante il mese scorso, era dunque prevedibile. I listini del Vecchio continente, già di malumore in mattinata a causa delle voci di allarme utili circolate su Société Générale, hanno subito rimosso la decisione presa giovedì dalla Bce di rimandare la stretta dopo ottobre. Così le vendite, fitte e insistenti, hanno cominciato a colpire: giù i bancari (meno 3% l’indice di riferimento), giù gli automobilistici (meno 3,4%), giù un po’ tutti i settori, fino a far scendere Parigi del 2,63%, Francoforte del 2,43, Londra dell’1,9% e Milano del 2%. A New York, l’ex guru di Wall Street Paulson, si è detto non «del tutto sorpreso» del calo dell’occupazione e «fiducioso» sull’economia, ma non ha fatto breccia tra gli investitori, più disposti a prestar fede alla parole del numero uno del Fmi, Rodrigo Rato («Il peggio non è ancora alle spalle e le conseguenze sull’economia saranno maggiori negli Usa»). I timori di recessione hanno perfino oscurato la convinzione, ben resa dal precipitare dei rendimenti dei Treasury bond, secondo la quale la Federal Reserve non potrà far altro, il prossimo 18 settembre, che tagliare i tassi. E con una certa decisione: subito una sforbiciata di mezzo punto, che lascerebbe comunque lo spazio per un altro allentamento dello 0,25% entro la fine dell’anno.