Calopresti fa il testimonial e promuove l’«Abbuffata»

Accompagna la pellicola in ogni città e ne discute: «È una guerriglia pacifica»

da Roma

A differenza di alcuni colleghi, Mimmo Calopresti s'è rimboccato le maniche. Poche chiacchiere, niente interviste risentite. L'abbuffata, 1 milione e 350mila euro di budget, Depardieu e Abatantuono nel cast in amicizia, era partito malissimo. Rischiava di scomparire dopo una settimana. Così il regista calabrese s'è trasformato in testimonial del suo film: accompagnandolo dovunque, piazzandosi davanti ai cinema, promettendo il rimborso in caso di «sgradimento».
Una strategia che sta dando i suoi frutti. L'abbuffata è arrivato a 140mila euro di incasso, sempre pochi, ma resiste, i dibattiti sono sempre affollati. «Funziona. La vedo come una specie di guerriglia pacifica, salto da una città all'altra. Napoli, Torino, Taranto, Cosenza, Diamante, Roma, la settimana prossima vado a Parma, Lodi e Ragusa. Non guardo le cifre, per scaramanzia, ma so che la gente apprezza, ne parla», spiega Calopresti con l'entusiasmo del neofita.
Alle prese con la pre-produzione del nuovo Gangs di Napoli, il regista sembra rigenerato. «Comincio sempre con una domanda: scommettiamo che vi faccio divertire? Finora nessuno ha voluto indietro i soldi del biglietto. Poi, certo, c'è chi critica la sceneggiatura, chi mi cita Fellini per il finale, chi mi vuole in chiave intimista».
Della scuola «basta piagnistei, diamoci da fare», Calopresti parte da una salutare autocritica: «Girando L'abbuffata (tre ragazzi squattrinati vogliono fare un film,) mi sono accorto di essere scivolato negli anni in un meccanismo che escludeva il rapporto col pubblico. Non sapevo come la gente va al cinema, che cosa cerca. Ignoravo le multisale. Un giorno sono andato al Warner di Fiumicino: una massa di gente sceglieva automaticamente il film di Boldi invece del mio. Mi sono chiesto: perché? Io vivo al centro di Roma, non ho rapporti con quei bacini di utenza, atteggiamento sbagliato».
Inutile chiedergli se rifarebbe L'abbuffata. «È un piccolo film indipendente, in digitale, distribuito dal Luce, che certo non ha strutture forti, potere contrattuale. Non mi faccia parlare di Emidio Greco: ognuno si comporta come vuole. Spesso il nostro lagnarci è una forma di solitudine, magari diventiamo indipendenti perché non lavoriamo con Medusa o Raicinema. Ma se fai un film a basso costo devi sapere che non avrai tappeti rossi ogni giorno». Già.