Caltagirone si chiama fuori dalla partita Rcs

Marcello Zacché

da Milano

Francesco Gaetano Caltagirone ha venduto la sua quota in Rcs Media Group. Poco più del 2% per una cifra stimabile intorno ai 90 milioni, di cui 38 rappresentano la plusvalenza.
Nel momento in cui i titoli della società editrice del Corriere catalizzano l’attenzione del mercato per il sospetto di una scalata in corso, orchestrata da Stefano Ricucci, uno dei principali «indiziati» si tira fuori.
Caltagirone, editore a sua volta di grandi quotidiani (Il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino), era da tempo comparso tra i soci forti di Rcs, restando però fuori sia dal patto di sindacato che raccoglie i 15 principali azionisti, sia dal consiglio d’amministrazione. La stessa sorte riservata a Ricucci, l’immobiliarista che è addirittura diventato in questi giorni il primo azionista, ufficializzando proprio ieri di avere in tasca il 15,1% della società di via Rizzoli.
Chi ci sia dietro a Ricucci, su chi l’imprenditore romano faccia conto per dare uno sbocco futuro al rastrellamento azionario è il grande punto di domanda di questi giorni. Anche perché il patto di sindacato risulta di fatto blindato, con una quota complessiva del 57,5%: per scardinarlo ci vorrebbe un’offerta pubblica. E tra i vari scenari in circolazione ce n’è anche uno che prevede la «sponda» futura dello stesso Caltagiorone.
O forse è meglio usare il passato remoto, visto che da ieri Caltagiorone ha tenuto a marcare una netta distanza da questo tipo di scenari e interpretazioni, uscendo appunto dal capitale. E utilizzando, secondo fonti vicine al suo entourage, la strada più neutrale: la vendita diretta del pacchetto sul mercato, effettuata in questi ultimi giorni. Senza peraltro grandi difficoltà visto i volumi eccezionali (solo ieri il 3%) e i prezzi elevati.
In ogni modo senza fare ricorso al mercato dei blocchi, per non dare l’impressione di aver scelto il compratore, e dunque per dissipare anche in questo caso i sospetti di aver ceduto la sua quota a Ricucci. Certo Caltagirone ha contribuito ad alimentare il flottante con cui, in questi ultimi giorni, Ricucci è salito dal 13 al 15%. Ma senza alcun rapporto diretto, raccogliendo alla fine una plusvalenza di 38 milioni che gli permette di monetizzare al meglio questi ultimi sei mesi di continuo rialzo del titolo.
La reazione del mercato, almeno per ora, è significativa: il titolo ha perso terreno anche ieri, chiudendo a 5,8 euro dopo aver ceduto quasi il 10% nelle ultime tre sedute. Ieri il calo è stato di quasi il 3%, come se il mercato sia rimasto più deluso dell’uscita di Caltagirone, che dei propositi di Ricucci, che continua a far intendere di essere interessato a salire ancora. «C’è spazio per crescere ancora - ha detto in un’intervista a La Repubblica - e finché il titolo gira io compro. Quando non ci saranno più azioni in giro la Consob ci dirà cosa dobbiamo fare». Ma ora Ricucci ha perso un suo potenziale alleato futuro.
Alcuni dei grandi soci, ieri presenti all’assemblea annuale di Confindustria, hanno continuato a ostentare coesione. «Sono tranquillissimo», ha detto il presidente di Mediobanca Gabriele Galateri. «Non siamo preoccupati, non ci sono incontri a breve», è stata la dichiarazione di Carlo Pesenti, ad di Italcementi, mentre Diego Della Valle è andato anche oltre: «Quando uno ritiene che l’azienda è ben condotta e compra azioni - ha detto - non c’è niente di male. Ma la testa del Corriere non la porta via nessuno».