Calvi: «I nastri inutili per il processo siano custoditi dai Pm»

Adalberto Signore

da Roma

«Quello che sta succedendo in questi giorni dimostra senza incertezze che in materia di intercettazioni esiste un vuoto normativo che va colmato al più presto». Guido Calvi, giurista e avvocato, capogruppo dei Ds nella commissione Giustizia del Senato, non ha alcun dubbio: è d’accordo con Silvio Berlusconi sulla necessità di mettere mano alla normativa che regola le intercettazioni telefoniche e ambientali mentre non condivide affatto la proposta del premier di restringere la possibilità di effettuare intercettazioni. Calvi, che della materia è un conoscitore visto che già nel luglio 2001 aveva presentato in Senato un disegno di legge in materia (n. 489), è infatti convinto che il problema non stia nello strumento in sé ma nel suo utilizzo.
Dunque senatore, lei non mette in dubbio la legittimità delle intercettazioni che hanno fatto scoppiare il caso Bankitalia?
«Affatto. Direi che alla luce di quel che si è letto sui giornali appaiono assolutamente legittime. Da quel che è dato sapere, infatti, sono state diposte su richiesta della Procura di Milano rispettando ogni regola processuale. Al contrario, la loro pubblicazione è una chiara violazione della legge sulla privacy e dimostra senza alcun dubbio l’esistenza di un vuoto normativo. Vuoto, si badi bene, che riguarda il filtro alle intercettazioni e l’utilizzo che se ne fa».
Lei qualche tempo fa ha presentato un disegno di legge in materia.
«Sì, a mio avviso è una proposta molto equilibrata perché riesce a tutelare sia l’accertamento della verità e delle responsabilità attraverso l’uso delle intercettazioni sia a stabilire che vengano usate solo se utili e che non vengano pubblicate, tantomeno se non hanno alcun rilievo per le indagini. Il meccanismo è semplice: si impone al Pm di effettuare una valutazione sulle intercettazioni che ritiene utili alle indagini e di chiedere l’autorizzazione al Gip. Quest’ultimo farà un’ulteriore valutazione sulla pertinenza delle intercettazioni e, entro un termine prestabilito di giorni, disporrà di conseguenza. Il resto delle intercettazioni, quelle non ammesse, verrà custodito in una cassaforte, un archivio riservato, di cui si farà garante il Pm. A questo punto, il Giudice per le indagini preliminari fisserà un’apposita udienza in Camera di consiglio per acquisire le conversazioni utilizzabili».
Quindi solo una parte delle intercettazioni sarà depositata.
«Esatto. Depositata e, di conseguenza, resa pubblica. Il problema è che oggi viene depositato tutto il materiale in blocco».
Insomma, lei propone una sorta di doppio controllo?
«Sì, di Pm e Gip. Ma pure l’individuazione di un responsabile - il Pubblico ministero - che custodisca tutto il materiale».
E come sarebbero sanzionate eventuali fughe di notizie?
«Per chi pubblica parti di intercettazioni non depositate in modo molto serio. A quel punto, con il materiale custodito in una cassaforte su cui vigila il Pm, la violazione sarebbe davvero grave».
Sul suo disegno di legge sembra essersi creata una convergenza bipartisan. Il sottosegretario alla Giustizia Luigi Vitali ha detto che serve «un intervento legislativo sul quale il centrodestra cercherà la più ampia convergenza in Parlamento» e ha citato la sua proposta come «buona base di partenza». Che ne pensa?
«Non solo Vitali, ma pure Giuseppe Valentino - anche lui sottosegretario alla Giustizia - e altri colleghi. Questo mi fa piacere e credo che se la maggioranza vorrà andare avanti in questa direzione sia possibile approvarlo in questo scorcio di legislatura».
Berlusconi ha detto di essere intenzionato a presentare un ddl che limiti le intercettazioni ai casi stringenti come mafia e terrorismo. È d’accordo?
«No, non è la strada giusta. Già c’è un limite alle intercettazioni, perché possono essere effettuate solo nel caso di ipotesi di reato che prevedano una pena detentiva superiore ai cinque anni. Mi sembra vada benissimo così. Anche perché, mi chiedo, se passasse il principio che si possono intercettare solo mafiosi e terroristi cosa si fa con tutti gli altri reati? Che facciamo, in un caso di omicidio davvero non utilizziamo uno strumento investigativo così importante?».
Insomma, a suo avviso il problema non sta nel limitarne l’uso ma la divulgazione.
«Esattamente. Le intercettazioni in sé non sono un problema. Il fatto, però, è che vengono rese pubbliche inopinatamente. E sempre più spesso sui giornali leggiamo anche stralci di conversazioni private che non hanno nessun interesse ai fini investigativi».