Calzature, la Cina continua l’invasione

Soldini (Anci) attacca Mandelson: «Non ci tutela, sembra un cinese». Domani incontro tra calzaturieri e commissario Ue

Rodolfo Parietti

da Milano

«Sembra un cinese». Dall’altro capo del telefono, la voce di Rossano Soldini, presidente dei calzaturieri italiani, tradisce insofferenza al solo sentire il nome di Peter Mandelson. Soldini è in Brasile, per una missione di lavoro. Poi, sulla sua agenda, è appuntato per domani un incontro proprio con il commissario al Commercio Ue.
Il rendez-vous nasce sotto i peggiori auspici: proprio ieri, Bruxelles ha reso noto che nei primi 10 mesi del 2005 le importazioni nel Vecchio continente di scarpe made in China sono aumentate del 300% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non solo: la crescente penetrazione dei prodotti cinesi è stata agevolata dal contestuale abbattimento dei prezzi medi, calati del 25 per cento. Questa, secondo i produttori italiani (e non solo), è la prova provata che la Cina esporta le proprie calzature al di sotto del reale costo di produzione (dumping) e che, dunque, dovrebbe essere sottoposta a dazi compensativi. «L’indagine Ue - ricorda Soldini - è stata aperta nel dicembre del 2004. Allora, ci era stato garantito che in 7-8 mesi si sarebbe arrivati all’introduzione di dazi. Chiacchiere: Mandelson ascolta gli importatori, forse per salvaguardare i rapporti con la Cina, piuttosto che tutelare un settore che crea ricchezza e occupazione». Il calzaturiero dà lavoro in Italia a 110mila persone; 300mila se si considera anche l’indotto. Senza misure in grado di arginare il fenomeno cinese, potrebbe scomparire. Dice il numero uno dell’Anci (l’associazione di categoria): «Se non si cambia, sopravviverà solo il settore del lusso, che rappresenta il 15% dell’intero comparto. In un anno abbiamo già perso 10mila posti: in 5-6 anni, rischiamo l’azzeramento».
Il viaggio in Brasile ha offerto a Soldini la conferma della pervasività del fenomeno-Cina. Perfino il Paese sudamericano, finora utilizzato come modello per stabilire approssimativamente il costo di produzione delle scarpe (con la Cina non si può, causa la mancanza di standard di contabilità trasparenti e per la presenza degli aiuti di Stato), sta ipotizzando di alzare barriere protezionistiche contro l’import orientale. «Con i cinesi, del resto, è impossibile competere - afferma il presidente dei calzaturieri -. Le faccio un esempio: un paio di scarpe di pelle, da donna, con la suola di gomma, non può costare 15 dollari. Con questa cifra non si compra neppure la materia prima. Eppure i cinesi vendono a simili prezzi, potendo tra l’altro far leva sulla sottovalutazione dello yuan, un enorme vantaggio competitivo. Per non parlare del mancato rispetto dei diritti umani e degli orari di lavoro disumani».
Dall’incontro di domani con Mandelson, Soldini non si aspetta nulla. «Trovo perfino ridicolo parlargli - sbotta - in un momento in cui la situazione è più grave rispetto a quanto prospettato dai dati Ue».
Il presidente dell’Anci, probabilmente, sarà comunque venerdì a Roma, dove è previsto un incontro tra il commissario europeo e il viceministro delle Attività produttive, Adolfo Urso. A fine mese, o entro i primi giorni di febbraio, arriveranno quindi i risultati dell’indagine di Bruxelles. Il verdetto atteso dai calzaturieri è uno solo: l’adozione di dazi compensativi nei confronti della Cina che, secondo Soldini, non dovrebbero essere inferiori «al 50% e il più possibile vicini al 100 per cento».
A temere possibili ritorsioni è anche il Vietnam. Una delegazione del governo di Saigon sarà in Italia questa settimana, con l’obiettivo di dimostrare il livello di cooperazione raggiunto con l’Europa nel calzaturiero, area verso la quale l’export, ha detto il viceministro degli Esteri, Le Van Bang, è calato nel 2005 del 5,8% a fronte di un aumento dei prezzi dell’1,3 per cento.