Calzature, esportazioni in calo mentre dilaga l’import cinese

Soldini (Anci): «La Ue non ci difende. Troppi ritardi su etichetta d’origine e antidumping»

Laura Verlicchi

da Milano

Il grido di dolore dei produttori di calzature arriva dal Micam, la fiera più importante del settore a livello mondiale. Una rassegna baciata dal successo, tanto che - tra oggi e domenica, a Rho-Pero - si prepara a battere il record dei visitatori (41.800 a settembre) dopo quello degli espositori, giunti a quota 1.642. Impossibile accoglierne di più, secondo il direttore Poletti. Eppure, questi numeri non bastano a rassicurare i produttori, che vi contrappongono quelli preoccupanti delle esportazioni, scese dell’11,5% in quantità e dell’1,7% in valore nei primi 11 mesi del 2005.
Mentre si alza sempre più la muraglia dell’import cinese, cresciuto del 27%, ma addirittura del 660% per alcune tipologie di calzature, come gli stivali. Resiste il saldo commerciale, ancora attivo per oltre 3 miliardi: «Ma proprio per questo il nostro settore va difeso - dichiara Rossano Soldini, presidente dell’Anci, l’associazione di categoria - insieme a tutta l’industria manifatturiera, che col suo attivo controbilancia gran parte del deficit in campo energetico e agricolo. Ecco perché non capisco i ritardi di Bruxelles nell’adozione del regolamento sul “made in” obbligatorio, anzi, mi sembrano voluti apposta per favorire le lobby degli importatori a spese dell’industria produttiva».
Nel mirino ci sono anche le misure proposte da Mandelson per contrastare il dumping di Cina e Vietnam, «dopo un’indagine esageratamente lunga - ha detto ancora Soldini - per scoprire quello che era evidente. La commissione Ue ha proposto dazi troppo bassi e vuole anche escluderne le calzature sportive e da bambino, cioè oltre il 42% di quelle importate dalla Cina. Ci auguriamo che la riunione di domani (oggi, ndr) a Bruxelles corregga queste inaccettabili lacune». Per questo ieri, secondo fonti di Bruxelles, al direttore generale della Commissione che si occupa della questione è stata inviata una lettera da parte di Italia, Francia, Portogallo, Spagna e Grecia. «Sappiamo bene che le norme applicate finora non costituiscono un antidoto vero al dumping sistematico - ha ammesso il viceministro italiano per le Attività produttive Adolfo Urso, - ma in questa battaglia abbiamo avuto contro quasi tutti gli Stati comunitari. Ora stiamo lavorando ad alcune clausole accessorie».