LE CAMBIALI DI PRODI

Finalmente abbiamo dei segnali d’austerità, ma sotto forma di cambiali. Non tagli immediatamente operativi, ma pagherò virtuosi con i quali la maggioranza prodiana annuncia al colto e all’inclita che la politica è pronta a indossare il cilicio. Vorrebbe annodarselo subito, e soffrire lietamente. Ma non si può perché le sacre norme del diritto e della democrazia prescrivono che non siano lesi i diritti acquisiti. E così il taglio dei ministeri che il governo ha approvato ieri - non più di 12 ministri e non più di sessanta componenti dell’esecutivo in totale - entrerà in vigore dal prossimo esecutivo. A malincuore, con nobile sofferenza, il governo attualmente in carica si rassegnerà a far durare per qualche tempo la sua pletoricità indecorosa.
Insomma si rilascia una cambiale rinviando a un governo successivo il compito di onorarla. Il provvedimento taglia-ministeri è stato fortemente avversato, con appelli alla ribellione, dal ministro Mastella, poi adeguatosi di malavoglia «per disciplina di coalizione». La scure potrebbe avere totale approvazione se non fosse virtuale, e se non arrivasse con un ritardo che la dice lunga. Una norma approvata dal centrosinistra in tempi ormai remoti fissava per i ministeri con portafoglio proprio il tetto ora deliberato, dodici e non più. Ma i partiti e i capipartito hanno trovato modo d’aggirare e vanificare quel limite, che precludeva l’assegnazione di poltrone eccellenti ad amici e clienti. Bisogna dire che nella violazione del divieto si sono distinti sia il centrosinistra sia il centrodestra.
Ma proprio mentre montava più forte che mai nel Paese l’ondata di indignazione contro gli usi e gli abusi della casta, il severo Prodi, il professore che del Paese sosteneva d’avere il polso, s’è esibito nella formazione d’un carrozzone governativo al cui confronto la carovana del circo Togni è robetta. Lo ha fatto per accontentare tutti i questuanti. Senza riuscirci perché in seno alla maggioranza gli appetiti sono incontenibili, e le risse inevitabili. Ma l’abbuffata è stata egualmente gigantesca. Non l’avevano capito già un anno e mezzo fa, i Prodi, i Veltroni, i D’Alema e via dicendo, che gli italiani non sopportavano più i comportamenti d’una dirigenza incapace di dirigere, ma imbattibile nel soddisfare le sue ambizioni di potere e di prebende? Adesso il governo cerca la via della redenzione. Però futura e teorica. Fanno presto, i legislatori, a cancellare ciò che li disturba. Comunque le parole d’ordine risuonano alte e forti (ma purtroppo per niente convincenti): rigore, risparmio. Dopo.