MA CAMBIAMO PURE LA SANITÀ

Non ci piace il tintinnare di manette. Non ci piacciono i blitz all'alba, l'arresto spettacolo, l'ennesimo remake del film Mani Pulite. Non ci piace quando Di Pietro sente profumo di Tangentopoli come fosse il profumo di napalm. Non ci piace che Ottaviano Del Turco sia stato messo in cella d'isolamento, senza poter parlare con gli avvocati, secondo l'antico rito di legale violenza ambrosiana. E, se dobbiamo dirla tutta, non ci piace nemmeno che si dica che il presidente della Regione Abruzzo dimostrerà la sua innocenza. Per il momento, sono ancora i pm che devono mostrare la sua colpevolezza.
Pare ci siano prove certe. Documenti, registrazioni, filmati. Cassette che entravano in casa piene di soldi e uscivano piene di mele. Sarà: dopo il puff di Poggiolini, anche il folklore della nuova Sanitopoli avrà la sua immagine simbolo. Come si dice in questi casi? Bisogna avere fiducia nella magistratura. Anche se è sempre più difficile, considerato il fatto che i magistrati da qualche tempo più che i ritmi della giustizia sembrano voler scandire, come un metronomo, quelli della politica.
C'è qualcuno che sussurra, nei corridoi dei palazzi romani, che anche quello di ieri può essere letto come un avvertimento a Veltroni. Se tu scarichi Di Pietro, sappiamo come colpirti. E potrebbe non essere finita qui. Potrebbe. C'è stata la Calabria, ci sarebbe qualcosa che si muove anche molto più in su. Fantapolitica? Fatto sta che ieri pomeriggio, poche ore dopo lo spettacolare arresto, Walter ha dichiarato che il dialogo è finito. Per sempre.
Motivo in più per ripeterlo, oggi, a voce alta: non ci piace il tintinnare di manette, non ci piace quando la giustizia detta i tempi dell’agenda politica. Ma bisogna anche ammettere che, al di là di tutto questo che non ci piace, un problema in realtà esiste, e non è Del Turco (che, lo ribadiamo, continuiamo a considerare innocente fino a prova contraria). Il problema è la sanità che è diventata il buco nero di questo Paese. È la sanità che sta facendo saltare per aria tutti i deficit delle regioni, e che in sei anni ha bruciato 30 miliardi di euro (7,5 miliardi solo nel Lazio, 4,5 in Campania). È la sanità che eroga servizi scadenti, che produce liste di attesa infinite, che costa sempre di più e offre sempre meno ai cittadini. Un sistema fuori controllo che accanto a punte di eccellenza presenta strutture inadeguate dove si rischia la vita e si muore anche per una semplice operazione alle tonsille. Un sistema che si presta ad ogni sorta di abuso: è dell'altro giorno la notizia che in Campania sono stati premiati con aumenti di stipendio i dirigenti delle Asl in rosso, è di ieri lo scandalo sugli appalti truccati che investe la Capitale.
Per settimane, dopo lo scandalo della Santa Rita, abbiamo sentito discussioni sul modello lombardo. Evidentemente erano discussioni fuorvianti e pretestuose. Il problema non è il modello della sanità lombarda: è il modello della sanità italiana. La stretta che il governo sta presentando in queste ore per bloccare falsi malati e prestazioni gratis a chi non ha diritto, è un primo passo. Ma non basta. Bisogna proseguire. Ci vogliono interventi ancora più decisi, scelte che vadano nella direzione del controllo e della responsabilità, magari attraverso un'accelerazione del federalismo fiscale: la terribile eredità che il passato della sanità italiana ci consegna si potrà risolvere solo con le riforme, non certo con le manette. Che, anzi, sembra che tornino malauguratamente a tintinnare proprio ogni volta che le riforme si avvicinano.
Mario Giordano