Cambiare aria gli farà bene e rinfrescherà anche noi

Non la penso come Billy Costacurta, il quale, quando ancora spargeva sul campo chili di fosforo difensivo, disse che tutti gli allenatori, dopo un po’ di anni devono cambiare aria. Credo che l’aria vada cambiata soltanto quando le finestre della stanza sono rimaste chiuse per troppo tempo. Ebbene, in casa Milan è così. La gestione familistica della squadra, in cui Ancelotti ha dimostrato di essere forse il migliore al mondo, a lungo andare indebolisce la stirpe, come accade a quelle nobili dinastie che la mancanza di sangue nuovo condanna alla consunzione.
Lo so, molti miei colleghi di tifo mi daranno del pirla o, peggio, dell’interista, enumerando i trofei vinti con il Carletto in panca. Ma mi spiace che i discorsi passatisti abbiano guadato il Naviglio, passando dalla sponda nerazzurra, loro habitat abituale, a quella rossonera. Per il Milan, da qualche stagione, l’oggi ha il sapore di uno ieri mantenuto in vita grazie a un regime fondato sul risparmio delle energie, sul riposo, i brodini e le passeggiatine. Il Milan di Ancelotti è un pensionato ancora piuttosto in gamba, ma pur sempre pensionato o quantomeno pensionando. Il Milan di cui Ancelotti è l’emblema è conservatore, sbaglia o fallisce non per eccessivo coraggio, ma per carenze atletiche e di fantasia. È un Milan calcolatore, vestito con la stoffa pregiata che nasconde le rughe e addormenta i muscoli.
La separazione farebbe bene a Carlo: in un altro ambiente potrebbe mettere a frutto l’esperienza maturata da noi. E farebbe bene al Milan se, sullo scranno che fu di Liedholm, l’amato nonno di tutti noi, non siederà un altro membro della famiglia, bensì uno «straniero». Spetterà poi al Berlusca motivare e soprattutto sostenere la scelta. L’innovazione è o non è uno dei suoi pallini?