«Cambiare la legge elettorale? Si può fare»

Un esponente di Forza Italia: «Quali parlamentari, a voto segreto, diranno sì alla sparizione del loro seggio?»

Laura Cesaretti

da Roma

Tra una barzelletta (che lo vede camminare sulle acque, con l’Unità che titola «Berlusconi non sa neanche nuotare») e una battuta ai cronisti («Sono qui a fare il padrino, ma mi raccomando scrivete che si tratta di un battesimo», quello del pargolo di Shevchenko), il premier da Cernobbio chiude con un sospiro di sollievo il primo round con l’Udc di Follini e Casini.
Ai quali risponde spalancando le porte: il problema è la riforma proporzionale della legge elettorale? Pronti, se ne discuta e anche subito: «Da mercoledì - ha annunciato - siamo pronti a sederci ad un tavolo per esaminare seriamente questo tema». Domani infatti il premier sarà di rientro a Roma, e darà il via ai colloqui (un vertice formale non è ancora in programma, ma nessuno lo esclude) con gli alleati per esaminare «in concreto, da uomo pratico qual è», dicono i suoi collaboratori, cosa si può fare. Ma intanto, assicurano, dopo la conclusione soft del summit Udc ieri gli è tornato il sorriso.
Non che dia per chiusa la partita coi riottosi alleati centristi: lo fa capire il suo braccio destro Paolo Bonaiuti, che pur ribadendo di essere «ottimista» («Lo ero anche prima del conclave dell’Udc»), spiega di essere anche «realista», e dunque non si azzarda a dichiarare concluso lo scontro interno alla Cdl: «La questione è troppo complicata per poter dire già ora che tutto è risolto». Ma intanto un risultato non di poco conto Berlusconi lo ha incassato: il dibattito si è nettamente spostato, lo scabroso tema della leadership del centrodestra da cui i centristi di maggioranza erano partiti è stato accantonato, ora si può aprire l’assai meno terremotante tormentone della riforma elettorale. Cosa pensi della questione, Berlusconi lo aveva già fatto capire domenica nel suo intervento al seminario Ambrosetti di Cernobbio: altro che proporzionale, «qui ci vorrebbe uno sbarramento del 10%», che terrebbe fuori dalle scatole e dal Parlamento tutti i partiti sotto quella soglia, Udc in testa. Ma siccome «le ragioni per stare insieme sono superiori a quelle per dividersi, e i nostri elettori ci chiedono unità», che si istalli il tavolo e si aprano le danze sul proporzionale. Anche perché, fa notare Bonaiuti, «le reazioni immediate di Prodi e di tutta l’Unione fanno capire che l’ipotesi li spaventa assai, e quello che non piace a loro evidentemente va bene per noi». Mentre dagli alleati della Cdl è tutto un coro di aperture: se ne discuta, dicono da An fino alla Lega. Purché restino ferme, aggiungono dallo staff del premier, due condizioni: la leadership e la scelta bipolarista. L’Udc dunque deve giurare di restare nella coalizione, e non approfittare di una maggiore quota proporzionale per provare ad andarsene in proprio.
Che poi il tavolo partorisca risultati concreti, è tutto da vedere: l’opposizione annuncia già le barricate, e difficilmente da quella parte si apriranno sponde. Rimaneggiare i collegi a questo punto della legislatura è operazione da brivido: «Quali parlamentari, a voto segreto, diranno sì alla sparizione del loro seggio?», si interroga un esponente di Forza Italia. Comunque, giurano dallo stato maggiore, ci si proverà, cercando di incardinare l’iter parlamentare della riforma elettorale alla riapertura delle Camere, tra pochi giorni. «Siamo evidentemente disponibili ad approfondire il tema della riforma elettorale in senso proporzionale lungo soluzioni che mantengano inalterato il bipolarismo», afferma il vicecoordinatore di Fi, Cicchitto. D’altronde, «il primo a parlare di correzione proporzionale è stato Berlusconi», tiene a ricordare la ministra azzurra Stefania Prestigiacomo. E il capogruppo al Senato Schifani rivendica il merito di aver anche già presentato una proposta di legge in questo senso: «Quindi confidiamo che si prenda atto della nostra buona volontà e che ci siano ancora i tempi». Ma su questo nessuno è disposto a giurare.