«Cambiare le regole sul voto oltreconfine: basta eletti all’estero»

Sottosegretario Giovanardi, a ogni elezione un pasticcio sul voto degli italiani all’estero.
«Già l’esordio nel 2006 fu disastroso».
Centinaia di voti scritti con la medesima grafia in America Latina, schede buttate...
«E per che cosa poi? Ce lo ricordiamo Pallaro?»
Il senatore che teneva in scacco il governo Prodi.
«Non votava nell’interesse dell’Italia, ma per portare a casa risultati per i suoi elettori in Sud America. Persone che non vivono, non lavorano e non pagano le tasse qui, ma all’estero».
Nel 2008 poi ci fu un video che testimoniava brogli a Sidney, in Australia.
«Prima, nel 2007, il Parlamento non poté riunirsi d’urgenza fra Natale e Capodanno perché i due eletti in Oceania erano tornati a casa per le vacanze, assurdo».
E adesso c’è il caso Di Girolamo.
«La legge è chiara: i candidati all’estero devono essere residenti in quelle circoscrizioni. Di Girolamo deve decadere da senatore».
Il problema è un tantino più complesso.
«Infatti la questione è anche quella dei costi che bisogna sostenere per venire eletti in circoscrizioni così ampie. Se l’immagina lei uno che deve prendere voti dalla Terra del Fuoco al Venezuela? Chi controlla come avvengono i finanziamenti?»
Vuol togliere il voto agli italiani all’estero?
«Bisogna tornare indietro: il sogno s’è trasformato in incubo, l’esperimento è fallito».
Mirko Tremaglia, papà della legge, non le vorrà bene.
«Gli americani che risiedono in Italia votano per i loro rappresentanti che stanno negli Stati Uniti, mica in Europa».
Bisogna riportare le lancette a prima del 2006.
«Ma certo. Gli italiani all’estero devono poter votare, qui o per corrispondenza, ma per deputati e senatori che stanno in Italia».