Cambiare tutto per non cambiare niente

Domani a Milano la presentazione dell’Almanacco Guanda 2006, dedicato alla gattopardesca «metamorfosi italiana»

Difficile liberarsi dalle categorie universalmente accettate. Se ormai per parlare degli Stati Uniti si dice «prima e dopo l’11 settembre», per l’Italia si dice «prima e dopo Berlusconi». Lo dicono i giornalisti, i sociologi, gli opinion maker, i registi, gli scrittori, gli attori, gli autori di fiction televisive, le bellone che dopo aver ancheggiato sul piccolo schermo, orientano le tette verso qualche talk show e diventano le nuove maitresse-à-penser. Bisognerebbe suggerire di mettere una scritta «EB» preceduta dal numero romano sugli edifici costruiti negli anni del governo Berlusconi, così come si scriveva, per esempio, «XIV EF» sul Foro Italico.
Perché gli italiani in fondo non cambiano. Anche se il nuovo Almanacco Guanda che verrà presentato domani a Milano (Terrazza Martini, ore 20,30) titola Come si cambia. 1989-2006: la metamorfosi italiana (pagg. 297, euro 23): gli italiani magari si trasformano, si adattano, si mimetizzano, migliorano (forse), peggiorano (probabilmente), ma sostanzialmente non cambiano. Anche se negli anni analizzati, di acque turbolente ne sono passate sotto i ponti. Giustamente Ranieri Polese, che ha curato il nuovo Almanacco, individua il 1989 come anno-spartiacque: «Arrivò l’89, la caduta del muro, il crollo del socialismo reale: da allora niente sarebbe più rimasto uguale. Finiva la Guerra fredda, cadeva la logica dei blocchi contrapposti... Cominciava un processo... che doveva travolgere formazioni politiche, potentati economici, istituzioni, regole. Insomma, prendeva il via la grande mutazione che nel giro di poco meno di vent’anni ci ha reso quasi irriconoscibili».
Sicuro? Nell’Almanacco gli interventi sono molti e qualificati, ma in tutti (a parte Sergio Romano che esamina il rapporto fra Stato e Chiesa) affiora il sentimento che la vera svolta italiana sia stata l’Era B, grande ossessione comune. Forse solo Enrico e Carlo Vanzina, la scrittrice Paola Mastrocola e Marco Tullio Giordana, oltre al disegnatore Altan, guardano più a fondo nel costume e delineano, con l’arma infallibile dell’ironia, il cambiamento vero e profondo che cancellò l’Italia arcaica degli anni ’50 con le sue categorie sociali: i contadini, gli operai, i borghesi medi, i borghesi alti (che includevano anche i residui aristocratici). L’Italia dove ancora volavano le lucciole e solo il corsaro Pasolini si accorse quando smisero di farlo.
Vale ancora l’intuizione dei fratelli Vanzina negli anni Sessanta: «L’Italia sta cambiando, in peggio...». «Cafon Valley», definì Marcello Veneziani il suo ex povero Sud. E i Vanzina nell’Almanacco danno l’ultimo tocco al quadro: «Hanno invaso le sedi dei telegiornali con il loro look da parrucchiere di borgata... affollano le trattorie estive dando del “tu” ai camerieri. Sfondano a marcia indietro le transenne che chiudono il centro storico. Parcheggiano nei posti riservati agli handicappati. Fumano negli ospedali. Fanno il bagno nelle fontane...». Sono gli italiani.