Cambio di partito e dimissioni

RomaDimettersi da presidente della Camera? In molti ritengono che Gianfranco Fini dovrebbe farlo ma lui non ci pensa neppure. E perché poi dovrebbe dimettersi? Forse perché ha costituito un nuovo gruppo parlamentare, Futuro e Libertà, provocando così una scissione interna al Pdl che ha scardinato proprio quella maggioranza parlamentare che lo ha voluto su quella poltrona? Evidentemente non è una ragione sufficiente per Fini ma lo fu, eccome, per le dimissioni di Clemente Mastella da vicepresidente della Camera nel 1998.
Ebbene sì, si parla proprio quel Mastella indicato come l’icona degli opportunisti, di quelli pronti a cambiare casacca a seconda di come tira il vento. Ci sono stati anni in cui per dire voltagabbana dicevi Mastella, che facevi prima.
Proprio la recente scomparsa di Francesco Cossiga però riporta a galla dal passato la vicenda che vide protagonista quel Mastella da Ceppaloni da sempre, a questo punto forse esageratamente, considerato il re degli opportunisti. Capace di vestire disinvoltamente i panni di ministro del Lavoro nel primo governo Berlusconi e poi quelli di ministro della Giustizia nel secondo governo Prodi.
Correva l’anno 1998 e la scena politica vedeva protagonista Prodi al suo primo mandato governativo con una maggioranza già traballante che di lì a poco sarebbe piombata in una crisi, sfociata poi in un nuovo governo guidato da Massimo D’Alema.
Nel febbraio del ’98 un gruppo di parlamentari di ispirazione cristiano democratica (ex diccì) che trova scomodo sia il centrosinistra sia il centrodestra decide di provare a ricreare un “centrocentro” sempre sul modello della vecchia Democrazia cristiana. Tentativo mai abbandonato dagli orfani dello Scudocrociato.
La proposta la lanciò proprio Cossiga che battezzò Unione Democratica per la Repubblica, Udr, questo nuovo gruppo parlamentare al quale aderirono subito tra gli altri Mastella, Rocco Buttiglione e Carlo Scognamiglio. All’Udr si associarono pure il Patto di Mario Segni e altri.
Nel giugno del ’98 l’Udr diventa di fatto un partito e la scelta del segretario cade proprio su Mastella. E che fa a quel punto lo spregiudicato parlamentare? Incredibile: si dimette dalla carica di vicepresidente della Camera perché, spiegò allora, sentiva di non poter più rappresentare quella maggioranza parlamentare che lo aveva eletto. Anche allora, come oggi ha fatto Fini con i suoi, si era costituito un nuovo «partito» in Parlamento. Attenzione, la rinuncia alla carica di vicepresidente di Montecitorio poi non fu simbolica. In quell’occasione Mastella, rinunciando alla carica, perse automaticamente una serie di privilegi non da poco. Prima di tutto uno stipendio più alto, circa 50 milioni di allora in meno all’anno. E poi un bell’ufficio di segreteria con sette persone a sua disposizione e ancora la macchina con l’autista e anche un bell’appartamento in centro. Privilegi comunque ridotti rispetto a quelli ai quali dovrebbe rinunciare pure Fini. Se si dimettesse da presidente della Camera.