Il cambio di passo dei Ds? C’è stato. Ma all’indietro

Non avevano tutti i torti i comunisti di Liberazione, il giornale del partito di Fausto Bertinotti, a commentare la clamorosa uscita dell’economista Nicola Rossi dai Ds chiedendosi la settimana scorsa dove fosse la differenza tra lui e il segretario della Quercia Piero Fassino. Il quale in effetti, contrastato nel suo partito da correnti dichiaratamente massimaliste, si professa riformista al pari del deputato pugliese che gli ha voltato le spalle. E ciò proprio mentre il leader diessino, che reclama da tempo un «cambio di passo» per accelerare le riforme, strappava al recalcitrante Romano Prodi l’invito al summit di Caserta, originariamente riservato solo ai ministri.
A Fassino va, fra l’altro, riconosciuto il merito di avere sfidato sulla strada del riformismo anche quelli che ancora considerano il povero Bettino Craxi un figlio illegittimo e criminale del socialismo italiano. Si deve a lui il coraggio di averne invece scritto in un libro e parlato in interviste e discorsi congressuali come di un leader riformista moderno e coraggioso, al di là delle disavventure giudiziarie procurategli certo da errori commessi e tollerati nella gestione del suo partito, ma anche dalla strumentalizzazione fattane dagli avversari politici. Fra i quali hanno sempre primeggiato per consistenza numerica e acredine i comunisti, a cominciare dalla buonanima di Enrico Berlinguer. Che Fassino ha impietosamente ricordato come un capo tanto ostinato nei suoi ritardi politici da preferire la morte piuttosto che ammettere la sconfitta politica nello scontro con l’allora segretario socialista, arrivato alla guida del governo senza lasciarsi intimidire da chi ne bruciava le foto in piazza e ne includeva «la trippa» nei menù delle feste dell’Unità.
Ancora oggi che cosa fa invece il presidente del Consiglio Romano Prodi della memoria di Craxi, pur avendone imbarcato nel governo il figlio Bobo e l’ex portavoce Ugo Intini? Ne fa oggetto di sarcasmo proponendo, alla vigilia del settimo anniversario della morte, di dedicare al leader socialista una strada inesistente in una località che un capo di governo non può decentemente scambiare per un Comune neppure al tavolo di una seduta spiritica: la base militare americana di Sigonella, in Sicilia. Proprio il giudizio su Prodi è probabilmente il vero, per quanto non dichiarato, motivo che ha determinato lo strappo tra Nicola Rossi e il partito di Fassino, non certamente per la pur significativa gaffe politica e umana compiuta dal presidente del Consiglio con la storia della strada da dedicare a Craxi tra gli aerei di Sigonella. Come trapela dalle «osservazioni critiche» lungamente esposte lunedì sul Corriere della Sera, ciò che non ha più reso credibile agli occhi di Rossi il riformismo declamato da Fassino è la fiducia da lui ancora riposta nel renitente inquilino di Palazzo Chigi. Che si lascia sistematicamente condizionare nell’azione di governo più dalla minoranza antagonista della coalizione che dalla maggioranza dichiaratamente riformista, alla quale egli deve invece la designazione alla presidenza del Consiglio avendo dovuto battersi nelle elezioni primarie dell’Unione, nel 2005, contro l’ostentata candidatura di Fausto Bertinotti.
Il pur dolente Fassino vuole tenersi ancora stretto Prodi, persuaso con le buone o le cattive da Massimo D’Alema a credere di poterne correggere l’andatura. Rossi invece sembra convinto che sia necessario liberarsene. Ne ha scritto infatti come di un leader «sconfitto», sia pure al pari - a suo avviso - di quello dell’opposizione.