La Cambogia di Pol Pot? Un’Arcadia

Nel 1978 alcuni svedesi entrarono nel Paese asiatico devastato dei khmer
rossi. Nessuno si accorse dei massacri, anzi, venne realizzato un
documentario elogiativo della rivoluzione. Un saggio rivela i motivi di
quell’abbaglio

Emulo e coevo cambogiano del vietnamita Ho Chi-Minh, Saloth Sar inizialmente non fu preso sul serio dagli italiani per quel suo nome di battaglia, Pol Pot, che ai ventenni del 1970 suggeriva i fumetti di Tiramolla. Eppure questo fautore di un comunismo agrario era un Che Guevara asiatico e vincente, sebbene i suoi trionfi derivassero da errori altrui. Solo la sua fine solitaria, prigioniero dei connazionali, derivò dal rigore suo, che gli altri chiamavano fanatismo.

Esiliato dalla Cambogia il re Sihanouk, abile politico, l’usurpatore, generale Lon Nol, s’era illuso dal 1970 di resistere all’insurrezione che, espulsi i francesi fin dal 1954, stava rendendo antieconomico per gli americani esser loro subentrati in Indocina. Salvo Henry Kissinger, i protagonisti di allora sono morti. Restano gli spettatori televisivi più giovani di una guerra contadina che sconfisse la guerra chimica, somma di napalm e «agente Orange», vulgo diossina. Ma oggi, quando perfino Milano ha dimenticato la «nube di Seveso», quanti italiani troverebbero la Cambogia sul mappamondo?

L’ultima traccia nota di quei giorni crudeli è un film, Urla del silenzio di Roland Joffé, dove le stragi - attribuite a Pol Pot - servivano da elemento di contrasto all’amore di un giornalista americano per il suo interprete khmer. Più recente un altro film - S21, la macchina di morte cambogiana di Rithy Pahn - è uscito quando ormai c’era notizie di stragi più fresche e vicine. Infine, nella Piccola Lola di Bertrand Tavernier, la Cambogia è riapparsa come sfondo del dramma d’una coppia sterile, che vuol rientrare a Parigi con una bimba adottata, sopendo così, con l’ansia di maternità, la coscienza di discendere dai colonialisti di ieri.

Intanto ad Angkor Vat i turisti di oggi s’incantano guardando le stragi scolpite su quei monumenti. Stragi antiche, mentre quelle del 1970-78 sono solo stragi vecchie, organizzate e spesso compiute nel centro di detenzione di Phnom Penh, noto come S21... Un bel contrasto con l’entusiasmo frettoloso di tanti europei per la sconfitta americana, più che per la vittoria cambogiana e vietnamita del ’75. Gioì anche Tiziano Terzani, ma i suoi devoti non ne rammentano Giaiphong! (Feltrinelli) e non traducono quel titolo, che significa «Liberazione».

Già nel 1979 il conflitto cino-vietnamita aveva spento l’illusione della guerra ideologica (buoni di qui, cattivi di là). In Indocina, come ovunque, nessuna guerra era per le idee. Si moriva per la terra e, caso mai, per il mare. Meno fortunata del Vietnam, la Cambogia aveva solo la terra, quindi era completamente circondata di nemici. I più nemici di tutti erano proprio i vietnamiti, comunisti o anticomunisti che fossero, perché ci si odia soprattutto tra vicini.
Non doveva saperlo il giornalista Peter Fröberg Idling, almeno fino a quando s’è messo a pensare a ciò che succedeva in Cambogia all’incirca quando i suoi futuri genitori erano diventati intimi. Lui è uno dei rari europei a parlare in khmer, avendo vissuto in Cambogia. Nel 2007 ha pubblicato a Stoccolma un libro che adesso appare in Italia, Il sorriso di Pol Pot (Iperborea, pagg. 336, euro 17), dove condensa un caso di coscienza. Perché gli svedesi furono così largamente fautori di vietcong e khmer rossi? E in particolare perché nel 1978 la tv svedese diffuse un documentario sulla Cambogia di Pol Pot come arcadia socialista? E ancora: «Gli autori del documentario hanno mentito o sono stati ingannati?». Col corollario: «La tv mente?».

Anche rispondendo sì a tutti i quesiti, un italiano dorme sereno. Non uno svedese. Nelle notti insonni per la responsabilità del suo popolo nell’abbaglio su Pol Pot, Fröberg Idling ha visto e rivisto quel documentario, attorno al quale ha composto, se non un «mattone», una «mattonella» di carta sulla fallibilità giornalistica, convinto com’è che i giornalisti siano pagati per la sincerità.

Nessuno dubita che gli svedesi siano un popolo morale, specie chi ricorda i film di Bergman. O anche solo i documentari della Rai-Tv su educazione sessuale e controllo delle nascite in Scandinavia, in gran voga durante la presidenza Saragat (1964-71). Quando ne parlavo con Giulio Andreotti, il ricordo di quella goffa propaganda indiretta per il Partito socialdemocratico italiano lo divertiva, specie per la distanza fra il nostro sud, quello di Sedotta e abbandonata, e i liberi costumi scandinavi...

Classe 1972, Fröberg Idling è un giornalista colto. Scorrerne le pagine, pur saltandone qualcuna, insegna una cosa anche a chi s’infischia di Cambogia e Svezia nel ’78: che i «tribunali penali internazionali» per crimini contro l’umanità più imparziali sono quelli che non esistono.