Camelia, la romena che col tg conquista il fortino dei nordisti

In Italia dal ’98, è conduttrice di Tele Clusone, nel Bergamasco. Ed è il volto più amato dai leghisti

La fortuna qualche volta passa in un piccolo bar di paese. Camelia aveva venticinque anni e il suo orizzonte finiva a Clusone, una rocca nella Val Seriana, antica patria degli orobici e cuore della Lega più dura. La Romania è lontana tanti mondi. È dall’altra parte dell’Europa. Camelia ricorda i muri grigi della sua infanzia, l’ombra di regime, la caduta di Ceaucescu e poi tutto che cambia. Lo sguardo verso l’Occidente, le valigie di chi parte, il sogno di diventare ricco, le vetrine di balocchi. Tanti lasciano Bucarest per cercare l’Italia. Pochi si fermano a Clusone. Ma lei, Camelia, è partita per amore. E mentre lavorava in un bar ha ricevuto l’offerta che non si aspettava. Il proprietario di Tele Clusone la guarda e chiede: «Sto cercando una ragazza per le televendite. Ti va?». E Camelia va. Ci prova. Ci crede. Si fida e non ha paura. È così brava che le propongono di condurre il telegiornale. Anche le notizie, in fondo, sono merce da vendere. Il risultato è quasi paradossale. È romeno il volto tv che piace ai leghisti. Tutto comincia alla fine dell’altro millennio.

Perché è venuta in Italia?
«Il mio motivo si chiama Pier Paolo. L’ho conosciuto nel ’98 ad una festa di matrimonio, ci siamo piaciuti fin dall’inizio. Siamo rimasti in contatto, nel frattempo mi sono iscritta all’università a Bucarest. Ho finito gli studi e nel 2001 sono venuta in Italia e ci siamo sposati».

Come hanno reagito i suoi genitori?
«All’inizio mia mamma l’ha presa molto male. Non è facile perdere una figlia. Ma io sono un tipo molto determinato».

Tornerà un giorno in Romania?
«Non c’è ritorno».

Come si vive da straniera nel fortino nordista?
«Non mi piace la parola straniera. Per il resto mai avuto difficoltà».

Nessuna. Neppure cibo, lingua, dialetto, fuso orario?
«Vabbè, il dialetto un po’ sì. Per i primi sei mesi non ho parlato praticamente con nessuno, in un paesino, trovare gente che parlasse in inglese non era molto facile. Ma poi mi sono rimboccata le maniche, ho iniziato a guardare la televisione, a leggere libri e riviste, e una volta imparata la lingua ho cercato un lavoro. Sono in grado di recitare qualche frase completa in bergamasco».

E con la Lega?
«Non ho problemi, anzi, ho molti amici che votano Lega, parliamo di tutto, anche dei Rom».

Da Bucarest a Tele Clusone: qual è il percorso?
«All’inizio ho lavorato come hostess di sala bingo a Laglio, dove facevo orari assurdi e finivo all’alba. Poi ho trovato un lavoro in un bar di Gromo ed è lì che la mia vita è cambiata. Il proprietario di Tele Clusone mi ha proposto di lavorare in Tv, non come giornalista, ma per vendere spot. Ho accettato».

Era brava come piazzista?
«Mi dicevano che andavo bene».

Era contenta?
«Non tanto. Io volevo fare la giornalista. Ho iniziato a corteggiare la redazione, a interessarmi al loro lavoro. Le prime volte leggevo le previsioni del tempo e presentavo un programma di quiz».

Il suo primo servizio?
«Una gara di rally a Borno, in Val Camonica».

E oggi?
«Conduco il Tg».

E quando ci sono notizie sui romeni?
«Tipo?».

Banda di romeni rapina casolare isolato. Arrestata la mafia del bancomat. Cose del genere...
«Leggo la notizia e non commento. La Romania ha bisogno di molto aiuto. Quarant’anni di comunismo non si cancellano in un attimo. E la gente che arriva qui è ancora molto semplice. Non ha studiato, specie quella dei villaggi».

Storie diverse dalla sua.
«Io sono cresciuta con un’educazione molto rigida. Mia madre è un’insegnante, la cultura, lo studio, per lei sono stati sempre importanti. E poi i valori».

Quali?
«La famiglia prima di tutto, il senso del lavoro, del sacrificio, i valori che insegna la religione. I miei sono ortodossi, io non vado spesso in chiesa, ma ho un rapporto molto intimo con la fede, con la spiritualità».

Quanto contano i pregiudizi?
«I romeni non sono i Rom. Spesso vengono confusi. Il nostro è un popolo latino, i rom un popolo nomade, zingari che arrivano dall’India. Noi stessi abbiamo pregiudizi su di loro».

Gli obiettivi per il futuro?
«Magari una rete nazionale».

La sua giornalista preferita?
«Lilly Gruber. Mi piace il suo modo di raccontare le storie, il suo spirito, la sua femminilità. Ma non la imito, sarebbe ridicolo, ho un accento troppo diverso».