«Camera café» in ospedale L’ultima sfida ai fannulloni

Camera café in ospedale. La telecamera nascosta non è di Mediaset, e inquadrati non ci sono Luca e Paolo, i protagonisti della commedia tv. Davanti all’occhio elettronico che tutto vede e tutto sente, medici e infermieri autentici. Merito (o colpa) dell’azienda ospedaliera di Vittorio Veneto e Conegliano, ricchi e operosi comuni a nord di Treviso. Ragioni di sicurezza, giura la direzione, che ha annunciato la prossima installazione di una microcamera davanti a ogni macchinetta del caffè. Grave provocazione contro i lavoratori, rispondono i sindacati. L’unica cosa sicura è che presto in corsia le malelingue non avranno più vita facile.
«Lo dico solo a te: ieri sera Rita è andata a bersi uno spritz col primario». «Sai cosa mi ha detto Paola? Il primario ha portato Rita fuori a cena, e poi... ». E poi «senti, adesso prenditi il caffè se no si fredda!». In tempi in cui tutti siamo convinti di essere intercettati al cellulare, di certe cose ormai si può parlare solo «alla macchinetta». Il problema, insomma, è di quelli seri.
Ufficialmente l’Asl giura che l’obiettivo delle telecamere è solo «garantire la sicurezza di dipendenti e pazienti». I furti sono in aumento. Qualche tempo fa una banda di ladri si è letteralmente portata via il bancomat interno all’ospedale vittoriese, scardinandolo e caricandolo a forza in un furgone. Al pronto soccorso di Conegliano, invece, i soliti ignoti hanno scassinato due distributori automatici con un piede di porco. Eppure, dietro le dichiarazioni di facciata, in corsia si è insinuato il dubbio: non ci sarà mica lo zampino di quel venexiano di Brunetta? Non sarà mica l’estremo stratagemma nella battaglia antifannulloni? Dottori e infermiere mugugnano. E i sindacati attaccano: l’azienda ospedaliera punta a una nuova forma di «controllo sociale» dei dipendenti. Altrimenti, spiegano Cgil Cisl e Uil alla Tribuna di Treviso, basterebbe assumere delle guardie giurate, «così si creano anche posti di lavoro» e magari ci si può pure andare a prendere un caffè insieme.
Roba da Grande Fratello. O, ancora meglio, da Camera Café. Sì, la «sitcom» che per prima ha raccontato l’insostituibile ruolo della macchinetta del caffè come valvola di sfoghi e vendette, galeotta di amori da mille e una notte e scappatelle da una botta e via. Per questo il protagonista Luca Nervi, alias Luca Bizzarri, è seriamente preoccupato dalla notizia che arriva dal profondo Nordest: «Serve una grande manifestazione di massa, queste telecamere vanno subito smantellate!». Di più: «La pausa caffè è un diritto inalienabile del lavoratore. E tutti i sottoposti devono poter insultare il capo, soprattutto se in modo vigliacco, subdolo, dietro le spalle». Impossibile, però, chiedere a Luca come sono le sue pause caffè, «perché per prendersi una pausa prima bisogna lavorare, e io non ho mai lavorato in vita mia».
Si sa, il tarlo del pettegolezzo è da sempre il secondo sport preferito dall’uomo. Nella Parigi del ’700 chi faceva gossip sul conto di Sua maestà rischiava di finire nel carcere della Bastiglia, ma le malelingue si incontravano lo stesso a mezzanotte sotto l’Albero di Cracovia, un castagno grande e frondoso nei giardini del Palais Royal. E subito giù a spettegolare. Oggi che nessuno rischia più pene così severe, il nuovo Albero di Cracovia è in bella vista in ogni posto di lavoro: sì, quel «distributore automatico di bevande calde» che offre a soli 30 centesimi la scusa per fare pausa e soprattutto sparlare, sparlare, sparlare. Rigorosamente in orario d’ufficio. Tanto nessuno vede e nessuno ascolta. Almeno per ora.