Camera chiusa per guerra

Nessuna seduta prima del voto di fiducia: si teme che lo scontro tra Pdl e Fli faccia precipitare la situazione. E la Clinton disinnesca Wikileaks: "Berlusconi è il miglior amico degli Usa"

Il conto alla rovescia per conoscere i desti­ni di governo, mag­gioranza e quindi del­la legislatura, è iniziato. Il segnale di ieri è stato chiaro. La Camera dei de­putati ha sospeso i lavori fino al 13 dicembre, gior­no nel quale Silvio Berlu­sconi chiederà la fiducia. Un ramo del Parlamento quindi chiude per evita­re che le tensioni politi­che possano mettere a ri­schio l’approvazione, da parte del Senato, della manovra finanziaria, co­sì come chiesto dal presi­dente Napolitano: prima si mettono al sicuro i con­ti, poi si affrontano le be­ghe politiche. Evidente­mente era alto il rischio che alcuni passaggi par­lamentari (per esempio la sfiducia al ministro Bondi) potessero decre­tare anzitempo l’apertu­ra di una crisi formale.

In politica le trattative non finiscono mai (e le seconde linee continua­no a farlo), ma, fotogra­fando la situazione, a og­gi emerge che non c’è più spazio per ricompat­tare la vecchia maggio­ranza. Il tradimento di Fi­ni si è spinto oltre la linea di un possibile ritorno e ieri Berlusconi lo ha riba­dito: o ci sarà una fiducia ampia oppure si va a vota­re. Toccherà quindi ai fi­niani decidere se render­si complici delle dissen­nate scelte del loro capo. Col passare dei giorni an­c­he loro hanno abbando­nato le residue speranze di un ribaltone (tutti, ma proprio tutti alleati con­tro Pdl e Lega) privo di senso politico, incom­prensibile agli occhi del­l’opinione pubblica, tec­nicamente impossibile per divergenze di strate­gia e interessi tra le varie componenti.

Allora si va certamente a votare? Sì, a meno che non si verifichino due condizioni. La prima è che venga allo scoperto il malessere di molti fi­niani, disposti sì a pren­dere le distanze dal grup­po dirigente del Pdl, ma non a fare cadere il gover­no mettendo fine alla le­gislatura. La seconda è che un certo numero di parlamentari ora all’op­posizione (tra radicali, Udc e delusi di sinistra) il 14 dicembre votino la fi­ducia. E non è detto che questa seconda ipotesi, anche se si realizzasse, sia sufficiente a evitare poi il ricorso alle urne. Quella che Berlusconi sta cercando e chieden­d­o in queste ore non è in­fatti soltanto una mag­gioranza numerica ma un patto politico in gra­do di sostenere la gover­nabilità e le riforme non più rinviabili.

Con la Camera chiusa, la guerra di Fini e dell’op­posizione si sposterà sul fronte mediatico. Fallito l’assalto Wikileaks (ieri la Clinton ha detto che Berlusconi è l’alleato più affidabile per l’Ameri­ca), l’obiettivo è semina­re il panico sulla tenuta dei conti dello Stato per creare un clima ostile al­le elezioni anticipate e convincere quindi Napo­litano prima e lo stesso Berlusconi poi a trovare soluzioni alternative. È un gioco sporco, che crea turbativa sui merca­ti finanziari internazio­nali, che baratta la tenu­ta della nostra economia con questioni di potere e interessi personali. Pre­pariamoci a questo assal­to finale ma non cadia­mo nel trabocchetto. Non siamo nella situazio­n­e nella quale si sono tro­vate la Grecia e l’Irlanda. Lo dicono tutti meno Fi­ni, Bersani, Vendola, Di Pietro e i giornali di sini­stra. Un motivo ci sarà.