La Camera dà il via libera col sì dei finiani, esulta il governo: duro colpo a Parentopoli

La Camera ha votato il giro di vite più severo per contrastare i feudi
dei baroni universitari, quello proposto in un sub-emendamento dal
governo. La nuova norma prevede che siano esclusi dalla chiamata
candidati che siano parenti e affini "fino al quarto grado compreso"

Roma - Parentopoli addio. Alla fine la Camera ha votato il giro di vite più severo per contrastare i feudi dei baroni universitari, quello proposto in un sub-emendamento dal governo. La nuova norma prevede che siano esclusi dalla chiamata candidati che siano parenti e affini «fino al quarto grado compreso» con un professore «appartenente al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata o con il rettore, il direttore generale o con un consigliere d’amministrazione dell’Ateneo». Passa anche l’emendamento che prevede il passaggio a professori associati per 4.500 ricercatori in tre anni per il quale sono previsti 13 milioni di euro il primo anno, 73 il secondo e 93 il terzo anche se la copertura sarà contenuta nella legge di stabilità.

In una lunga, piovosa e politicamente caldissima giornata un’aula di Montecitorio con nervi a fior di pelle e assediata dai manifestanti ha dato il via libera al disegno di legge di riforma dell’Università, messo a punto dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. I sì sono stati 307, 252 i no, 7 gli astenuti. A favore Pdl, Fli e Lega (più Mpa, Noi Sud-Popolari per l’Italia di domani, Adc); contro Pd, Idv e Udc.
«Un altro obiettivo raggiunto e il governo va avanti - commenta il premier Silvio Berlusconi -. Con questa riforma si dà un colpo mortale a Parentopoli mentre la sinistra oppone resistenza ad ogni tentativo di scardinare rendite di posizione e privilegi». Soddisfatta, ma amareggiata per il clima di scontro, il ministro Gelmini. «La riforma è indispensabile e urgente. Mi spiace che sia passata in un clima di tensione sociale - si rammarica -. Credo però che il clima di oggi sia il frutto dell’incapacità del Pd e dell’opposizione di affrontare i problemi dell’università con senso di responsabilità ma solo con la lente della demagogia e dell’ideologia». Intanto anche Umberto Bossi tira un sospiro di sollievo: «Questa è passata. Speriamo sia un buon segno. Ora ogni giorno è un giorno di ragionamenti per tutti».
Un percorso irto di ostacoli quello della riforma che ancora non è giunta al traguardo visto, che deve tornare al Senato per la terza lettura. La Gelmini vorrebbe vederla calendarizzata il 9 dicembre ma la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, ha già alzato le barricate: no all’arrivo della riforma a Palazzo Madama prima del 14, giorno in cui sarà votata la fiducia. La decisione verrà presa domani dai capigruppo del Senato. E inaspettatamente arriva un’apertura dai centristi visto che il presidente Rocco Buttiglione ipotizza che l’Udc possa dare il suo voto favorevole proprio in Senato.

Due gli «scivoloni» del governo che è andato sotto su un paio di emendamenti. Uno, in particolare, proposto ancora una volta dal finiano Fabio Granata e votato da Fli con l’opposizione. Tutte modifiche, assicura la relatrice Paola Frassinetti, assolutamente irrilevanti. Di nuovo poi il voto congiunto dell’opposizione e dei finiani ha soppresso con un emendamento la «clausola di salvaguardia», ovvero quello che era stato definito una sorta di commissariamento del ministero dell’Istruzione da parte di quello dell’Economia, in caso si verificassero scostamenti rispetto ai preventivi di spesa annuali.
L’impianto della legge resta però invariato, come richiesto dal ministro Gelmini, che nei giorni scorsi aveva minacciato il ritiro del ddl se fosse stato stravolto dagli emendamenti. Restano le norme di rigore: l’adozione del codice etico; un solo mandato per un massimo di sei anni per i rettori; la distinzione di funzioni tra senato accademico e consiglio d’amministrazione; la valutazione del lavoro dei professori e dei risultati raggiunti nel campo della ricerca dai singoli atenei; gli scatti di stipendio solo ai docenti migliori con il blocco di quelli automatici; almeno 350 ore da dedicare alla didattica da parte dei professori.

Clima infuocato in piazza per i manifestanti, clima infuocato in aula per le dichiarazioni di voto. Durissimo e sprezzante il no del leader Idv, Antonio Di Pietro, che ha definito il ministro «una mediocre maestrina» e una bugiarda. Decisamente ambiguo l’intervento di Benedetto della Vedova per Fli: una dichiarazione di voto a favore usata però per denigrare il governo definito «in crisi» e guidato da un presidente del Consiglio «assente».