Camera, una poltrona per due: D’Alema e Bertinotti ai ferri corti

Il leader Prc: «Non posso dire no alla presidenza di Montecitorio dopo aver già rifiutato un ministero»

Roberto Scafuri

da Roma

Fausto e Massimo, D’Alema e Bertinotti, il comunista libertario e il togliattiano, il nemico giurato dei socialisti per nemesi diventato alfiere del riformismo liberal e il socialista lombardiano assurto per sommo paradosso a capo della rifondazione del comunismo. Destini paralleli e intrecciati, fatti per non incontrarsi mai.
Acerrimi amici personali, affettuosi nemici pubblici: la confusione di fili tessuti in questi anni vuole che siano ancora loro due, Fausto e Massimo, i primi protagonisti della legislatura e i primi competitor dell’Unione, per la presidenza della Camera. Furono loro due, a pensarci bene, anche gli ultimi protagonisti della fine del governo Prodi. «Interessi convergenti», si minimizzò allora, lasciando tutto il merito (o demerito) dell’operazione o al complotto D’Alema-Marini o al voto contrario di Bertinotti in aula. Come se i fittissimi colloqui tra Fausto e Massimo nei giorni che anticiparono la morte del Prodi I non avessero svolto un loro ruolo. Gioco delle parti, liberamente e saldamente custodito dal segreto delle parti, perché Fausto e Massimo, questa è la verità, si conoscono e si stimano da una vita, da una vita mangiano lo stesso pane e politica, si sentono per telefono con una certa costanza e si scambiano persino doni a Natale (olio e prodotti pugliesi per Fausto, antichi atlanti di nautica per Massimo). Quando la storia delle mire contrapposte per la poltrona di Montecitorio uscì fuori, i due prima scherzarono a lungo al telefono. Poi, nel dietro le quinte di un Porta a Porta, infastiditi dal can can, stabilirono assieme anche di spegnerla, questa vicenda: «Non ne parliamo più, e il primo che viene intervistato, spieghi com’è il nostro rapporto, e che non litigheremo mai per questo...».
Ognuno avrebbe giocato le sue carte al momento opportuno, insomma. Ora il momento è arrivato. Bertinotti forte del successo di Prc da ieri ha scoperto le sue carte: «La discussione su chi farà il presidente non è a disposizione mia, ma dell’Unione e dell’aula parlamentare. Avendo scartato qualunque ipotesi di presenza nel governo, non posso permettermi di aggiungere altri rifiuti». D’Alema, avendo già detto di essere interessato «a incarichi istituzionali», ora ha investito il partito della questione. Per cui ieri il coordinatore Chiti ha spiegato che «i Ds come primo partito della coalizione non possono non esprimere la presidenza di una delle assemblee, probabile che si tratti della Camera». Il segretario Fassino però non ha posto la candidatura ufficialmente al primo vertice unionista, lanciando all’uscita un sibillino messaggio: «Da qui al 28 aprile c’è una fase sufficientemente ampia di tempo per verificare se maturino scenari politici diversi... In assenza di scenari politici diversi, è evidente che confermiamo l’impegno a eleggere i presidente di Camera e Senato che siano espressione della maggioranza». Quali scenari? «Vedremo...», ha dribblato il leader ds, non lasciando presagire nulla di buono.
Gli schemi delle due candidature, difatti, sono molto diversi. Bertinotti, come ha dimostrato anche l’accentuazione della linea governativa dopo la Direzione del partito di ieri, vuole «investire» nel governo e nell’Unione, ritagliando per Prc un ruolo di «custode dell’alternanza» contro «la minaccia strategica di una Grosse Koalition che abbia il moderatismo come linea guida del Paese». Il leader si prefigge di «potenziare l’impianto riformatore» del governo, costi quel che costi, creando un «legame di reciprocità tra Prc e l’Unione». Il che significa, ha spiegato: «Se vinci tu vinco io». I segnali lanciati dai ds in questi giorni, viceversa, vanno tutti in altre direzioni, non scartando ipotesi di dialogo con la Cdl, fino al punto di cedere il Senato a Pisanu (c’è chi dice addirittura Andreotti). È così evidente che a uno scenario bipartisan corrisponderebbe una presidenza D’Alema alla Camera. Una postazione privilegiata per attendere l’evoluzione di una legislatura che Massimo teme «turbolenta». Fino magari al gran salto, quello verso il Quirinale, tra qualche anno. Dopo un Ciampi-bis.