Le camerate lasciano il focolare

In «Camicette nere» Annalisa Terranova esamina l’evoluzione delle donne dell’estrema destra: dalla tradizione al femminismo

Chi ha frequentato una sezione del Movimento sociale fino ai primi anni Novanta, sa che non era insolito ritrovare in quelle strane bacinelle antropologiche - ché tali erano, le sezioni - una signora in età avanzata, di solito madre o sorella di qualche dirigente, che viveva la politica come una prosecuzione della vita familiare. Anziché rammendare calzini si cucivano bandiere, anziché rassettare, si tenevano in ordine locali di solito al pianterreno o nei sottoscala. Alla destra che predilige il detto «le femmine a casa» quest’aneddotica così rassicurante, accanto a quella dei salotti «di destra» tenuti da qualche aristocratica magari papalina, piace da morire. Guarda un po’, piace anche a chi addossa alla destra il torto di non aver mai saputo o voluto affrontare la questione femminile con le categorie della modernità, un tema invero non del tutto campato per aria: per fare un esempio, nel recente bel volume Destra radicale di Gerardo Picardo (Settimo Sigillo, pagg. 211, euro 20) l’unica donna a prendere parola è Assunta Almirante, nell’eterno e defatigante ruolo della «moglie-di-Giorgio».
Ad Annalisa Terranova salotti e matrone gustano un po’ di meno; così, nel suo Camicette nere. Donne di lotta e di governo da Salò ad Alleanza Nazionale (Mursia, pagg. 147, euro 15), si pone l’obiettivo di ridisegnare mappe e protagonisti della politica al femminile a destra in una chiave diversa. È la prima volta, e non a caso ci prova una giornalista del Secolo d’Italia che ha respirato politica sin dagli anni Settanta. In testa al libro c’è la storia delle cinquemila ausiliarie della Repubblica sociale, storie atroci e commoventi o anche storie di successo: chiediamoci, tanto per gioco, cosa penserebbe Meg Ryan se sapesse che la direttrice del doppiaggio in Harry ti presento Sally (come di altri grandi successi) fu Fede Arnaud, monumento del doppiaggio italiano ma ancor prima comandante delle ausiliarie della Decima Mas. Oppure proviamo a dare una sbirciata al sito internet di Raffaella Duelli, che ha dedicato la vita a dare sepoltura ai resti dei marò del «Barbarigo».
Il paradosso che segnala la Terranova è che pochissime ausiliarie, nel dopoguerra, entreranno nel Msi. Questa cesura è causa di una presenza femminile molto scarsa - la prima missina deputato sarà la calabrese Jole Lattari nel 1952 - che travasa nel mondo missino poco o pochissimo di ciò che a modo suo il fascismo aveva prodotto per l’emancipazione della donna. Dice una delle intervistate, Anna Teodorani: «Da noi una Nilde Jotti non sarebbe stata possibile». La politica, per le donne a destra del dopoguerra, è una tabula rasa, e forse qui prende corpo «l’immensa questione politica della destra femminile» - come scrive nell’introduzione Isabella Rauti - che fino agli anni Settanta resta muta, con le ovvie eccezioni. Come Cristina Campo, raffinatissima e dimenticata scrittrice, o Carla De Paoli, animatrice de L’italiano di Adriano Romualdi, o Orsola Nemi, che sull’emancipazione politica femminile aveva le idee chiare: «Sbaglierò, ma ho l’impressione che ministri femmine, deputate, ambasciatrici e alte funzionarie non abbiano uno storia amorosa molto interessante». Restano le outsider come Gianna Preda, per anni anima del Borghese, epperò incapace di comprendere la colossale portata del femminismo.
Il salto politico e intellettuale, come del resto avviene in tutta la destra giovanile, arriva con gli anni Settanta. La matrona lascia il posto alla madre-coraggio. Nadia Sala Zamboni, ex ausiliaria: quando sui muri del liceo del figlio appaiono minacce di sprangate «dissi a mio figlio: “Ezio, prendi con te la chiave inglese”». «Anche le ragazze conquistarono il loro spazio nel mondo dei militanti» racconta la Terranova. In piazza, in mezzo ai blindati e ai lacrimogeni «la differenza tra uomini e donne sfumava». Lì nascono percorsi che, nell’incrocio delle casualità, dalle sezioni missine porteranno una Francesca Mambro al terrorismo e una Paola Frassinetti alla Camera dei deputati. Sulla scia dei campi Hobbit nasce il gruppo «Eowyn», che in piena temperie femminista teorizza la «complementarietà» tra uomo e donna e lancia campagne sulla contraccezione. L’intreccio con l’anticonformismo della Nuova destra negli anni Ottanta produce «Donna futura»; quando l’Msi si butta nel movimentismo, le sue animatrici sfornano studi sulle donne immigrate in Italia e la demografia.
La politica della seconda Repubblica ha riempito anche la destra di personale femminile, ha moltiplicato i percorsi di carriera. Gianfranco Fini fa giusto vanto d'avere nelle sue fila l'unico direttore donna di un quotidiano, Flavia Perina, e una giovanissima vicepresidente della Camera, Giorgia Meloni. L’unico segretario donna di un grande sindacato è Renata Polverini dell’Ugl. Daniela Santanché, ultrà delle quote rosa, ha fatto della sua «ottica occidentale» una chiave di lettura bellicosa per la condizione delle donne islamiche. Giulia Bongiorno s’è fatta icona della conciliazione casa-lavoro brandendo uno scolapasta a un forum di giovani brillanti. Ma questa esplosione di visibilità non si accompagna a un’altrettanto esplosiva dinamicità culturale e quindi non cancella, scrive la Rauti, la «stagnazione della politica femminile».