Camerati & compagni. "Per Valle Giulia ci fu un patto coi rossi"

Parla Mario Merlino che ha riconosciuto nella foto di quegli scontri 11 neofascisti. "noi neri eravamo una parte riconosciuta del movimento studentesco"

Non mi dica che anche lei sta per scrivere un libro.
«Purtroppo sì. Si intitola E venne Valle Giulia, in libreria alla fine di ottobre per l’editrice Settimo Sigillo. Io però preferisco il sottotitolo: un ragazzaccio in camicia nera racconta».
E racconta pure di quella foto scattata il 1° marzo 1968 a Valle Giulia?
«Sì, quando noi giovani neofascisti eravamo una componente del movimento studentesco romano. Componente legittima e riconosciuta, perché forse la storiografia ufficiale sorvola, ma la sera precedente ci fu un incontro e un accordo per riprenderci Architettura che era stata sgomberata dalla polizia».
Nomi Merlino, nomi. So che a Legge eravate più forti voi, fasci in odore d’eresia per il Msi, ma l’accordo con i rossi chi lo fece?
«Franco Piperno, Franco Russo e Massimiliano Fuksas per la sinistra, Stefano Delle Chiaie e Guido Paglia per la nostra parte. Concordarono che non dovevano esserci bandiere né striscioni, ma il movimento doveva dare un segnale forte».
Ed è sicuro di non sbagliarsi, riconoscendo i suoi camerati/compagni con spranghe e molotov?
«Assolutamente. Se mi riconosco in quello con la bottiglia e una stecca di panchina in mano... ».
Va be’, ma non mi dica che avete fatto tutto voi, e che i rossi erano verginelle.
«Diciamo che abbiamo dato un contributo decisivo».
E al Msi stapparono champagne, immagino.
«Faccia pure lo spiritoso, ma Arturo Michelini, segretario nazionale del Msi, quella mattina era lì, a godersi lo spettacolo dal finestrino posteriore della sua macchina. E poi ci fece avere il suo apprezzamento».
Sì, mandando poi Almirante e Caradonna a sfrattarvi da Legge. O no?
«Sì, è vero. Ma sono profondamente convinto che quel blitz del 16 marzo nacque da un accordo più o meno esplicito tra Msi, Pci e Viminale, affinché ognuno riacquistasse il controllo pieno della propria area e l’ordine tornasse a regnare a Varsavia. Così l’eresia, di destra e di sinistra, venne condannata al rogo degli opposti estremismi».
Esagerato!
«Esagerato? Ha forse dimenticato quel che accadde nel nostro paese soltanto a dicembre dell’anno dopo, e poi negli anni successivi, quelli di piombo? Molti, tanti, che rifiutarono la normalizzazione hanno finito col pagare tragedie per se stessi e per altri. L’Italia poteva essere diversa, senza quel patto scellerato. Saremmo stati tutti più liberi e più belli».
Sì, tutti piccoli Scamarcio... Mi perdoni l’ironia, lei in fin dei conti è finito dritto e per primo nella madre di tutte le stragi: riconosciuto infine innocente, ma dopo 4 anni di carcere e 17 anni di processi. La sua anima s’è liberata, almeno di questo peso?
«La mia sì, è l’anima degli altri che rimane prigioniera: all’ingresso della scuola dove insegno, sul muro di sinistra c’è scritto Merlino boia, su quello di destra W Merlino fascista. Entrambe mi lasciano indifferente, ormai».
Vuol raccontare come andò quella storia della molotov contro la sezione missina del Colle Oppio, la sua vecchia sezione, per dimostrare agli anarchici “veri” che lei non era un doppiogiochista?
«Io non dovevo dimostrare nulla, il mio percorso politico era noto a tutti. Per quanto riguarda quella molotov, che la vulgata mi attribuisce, a me pare di ricordare che a lanciarla fu Salvatore Ippolito, il “compagno Andrea” infiltrato dalla questura nel circolo anarchico 22 marzo».
Se l’aspettava di essere accusato per le bombe di Piazza Fontana e all’Altare della Patria?
«Ma scherza? Quando sono venuti a prendermi, la sera del 12 dicembre, mi ero appena fatto lo shampoo per andare a una festa. E uscendo coi poliziotti ho detto a mia madre: “Ma’, lasciami in caldo la cena”. L’ho mangiata quattro anni dopo, un po’ fredda».
C’è qualcosa di quella sua lunga carcerazione, che non è ancora nota?
«Alcune le troverà nel mio libro, ma questa che ora le racconto non c’è. Ero a Regina Coeli da circa un anno, e i miei avvocati erano sotto intercettazione. Così la polizia seppe di una memoria difensiva in preparazione che denunciava la presenza di un informatore dei servizi segreti nell’Ufficio politico della questura di Roma la sera stessa delle bombe. Così il commissario Improta convocò il mio avvocato, Costante Armentano Conte, che un po’ serio e un po’ scherzando, gli rimproverava i verbali che avevano raccolto da tutti noi del 22 marzo. Il giorno dopo nel colloquio in carcere, l’avvocato mi raccontò che Improta gli aveva risposto: “Ma noi non siamo la questura di Milano che interroga sul davanzale della finestra”. Io ormai, non mi stupivo più di nulla».
Di quei giovani, ormai stagionati in verità, di un tempo, frequenta ancora qualcuno?
«Tutti quelli che non sono morti, o non si sono arresi».
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