Cameron chiede scusa ma fa il garantista

Mancava poco all’ora del the quando Keith Vaz, il presidente della commissione degli affari interni, che ieri aveva ascoltato il capo (ex) di Scotland Yard e il suo vice (ex), si è alzato nell’ultima fila della Camera dei Comuni e, rivolgendosi al primo ministro Cameron, ha detto: «Martedì è stato un giorno importante per noi, abbiamo avuto l’occasione di incontrare e sentire, nelle due commissioni, i personaggi di questa vicenda. La nostra audizione non ha avuto lo stesso pathos di quella di Murdoch che, come si è visto, non è stata protetta dai poliziotti. La ragione è semplice: molti di loro erano a testimoniare da noi». Se la ridono, gli inglesi, il momento non è proprio allegro ma è arrivato il tempo di chiudere le porte e partire per le vacanze. Pagate ma non si sa bene da chi, si divertono ancora i cialtroni.
David Cameron ha risposto velocemente e con qualche astuzia dialettica, a centotrentotto domande, alzandosi e sedendosi secondo riti e abitudini del parlamento nel quale nessuno può fare il furbo con Ipad, cellulari o affini (ogni riferimento nostrano è puramente voluto), dal momento che stanno tutti là, visibilissimi, schierati, in faccia al mondo, niente scranni a mezzo busto, niente lettura clandestina di giornali e riviste, tutti sorvegliati dal pubblico appollaiato nella balconata sovrastante. Finito il lavoro, prima di abbandonare l’aula, si voltano verso lo speaker e salutano chinando il capo. È risaputo ma preferisco ribadirlo per certi canari delle nostre camere. Il capo vero, nel senso di Cameron, ha avuto vita dura a replicare ad ogni tipo di attacco, sui suoi rapporti con i Murdoch e con la rossa Brook: «È venuta sei volte a trovarmi a Downing Street ma non abbiamo mai dormito sotto lo stesso tetto e non l’ho vista in pigiama» ha detto, ovviamente tra altre risatine e risatone. Escluso il contatto fisico, resta sospeso quello professionale, ehm. Ma il tema centrale del pomeriggio, a parte la posizione del governo, le sue colleganze con i personaggi australiani e non, il nodo, dicevo, è stato rappresentato dai rapporti tra stampa e polizia. Avete letto bene: gira voce, l’isola è piccola, la gente mormora, che le varie stazioni di polizia, dislocate in tutto il Regno di Elisabetta, registrino un andirivieni di messaggi, email, telefonate, buste, ricchi premi senza cotillons. I Murdoch avrebbero bloccato le indagini di Scotland Yard, lo dicono quelli degli affari interni. Ecco perché, lo hanno ribadito Cameron e molti esponenti dell’opposizione, è opportuno limitare il potere della stampa, di Bbc e Sky: «Il mondo di internet sta soffocando quello della carta stampata, assorbe pubblicità e allora i giornali si muovo diversamente. Grazie alla stampa sono venuti a galla scandali come quelli della Fifa (il governo mondiale del calcio). Ma dobbiamo chiarire i rapporti dei media con le forze dell’ordine». Roba che sta facendo rivoltare nella tomba il sigaro con tutto Winston Churchill appresso. Sangue, sudore, lacrime e sterline, potrebbe essere questo il nuovo appello ai sudditi del Regno. Tutto il mondo è paese ma quello che sta accadendo, da tempo, sull’isola britannica sta esplodendo con tutti gli annessi. Rupert Murdoch se ne frega, ha ritirato dalla lavanderia la sua giacca sporca di schiuma da barba, ha dato un bacio, forse due, alla moglie Wendy (l’eroina del diciannove luglio, la donna che ha schiaffeggiato il comico lanciatore), ha lasciato Londra, a bordo del suo jet, lo scalo di Luton era zeppo di telecamere e giornalisti, alcuni del gruppo di riferimento. Prima del decollo l’azienda dei Murdoch ha provveduto a sospendere i pagamenti delle spese legali di mister Mulcaire, il detective ingaggiato per intercettare parenti e amici delle vittime di ogni tipo. Sospensione, è scritto, mica annullamento. Murdoch all’arrivo ha letto su uno dei suoi quotidiani, il Wall Street Joiurnal, che ormai i soci della News co lo ritengono datato, insomma da villa Arzilla, prevedo teste rotolanti, lo squalo non si arrende.
Cameron, lui, si è dovuto difendere sull’assunzione di Andy Coulson, anima nera dello scandalo, ex boss di News of The World, colui che aveva licenziato Sean Hoare, trovato morto tre giorni fa nella sua dimora di Watford, poi responsabile della comunicazione del premier: «Se avessi saputo del suo coinvolgimento non lo avrei assunto e lo avrei licenziato. Chiedo scusa». «Lei ha perso credibilità» ha sentenziato il capo dell’opposizione, il laburista Ed Milliband, con il suo ciuffo argentato su capello scuro, tipo Aldo Moro. È stata istituita una commissione che si occuperà delle intercettazioni: ne fanno parte un giornalista in pensione, un opinionista televisivo, l’ex presidente del Financial Times, il suo collega di Ofcom (l’autorità che regola le società di comunicazione) e un dirigente della polizia del West Midlands. In dodici mesi dovrà risolvere il caso. Buon lavoro a tutti. Telefoni spenti e portafogli chiusi, please.