Cameron, un genitore come noi "Il lavoro? Fa riposare il papà"

Il premier inglese, dal 24 agosto padre della dolcissima Florence che
gli rovina il sonno a Downing Street, si confessa al G20: "Macché
economia e politica, io sono venuto a Seul per dormire in santa pace". E
ha la solidarietà di tanti genitori normali

Lo accuseranno di non essere statista, di non rendersi conto della sede e della circostanza, di scambiare un summit tanto importante per un raduno tra comari, sotto ai caschi della parrucchiera. Così lo giudicheranno gli accigliati analisti del G20, ma la confessione minimal di David Cameron, premier inglese, resta epocale. Liberandosi dalle formalità e dall’ipocrisia, l’alta personalità ha ceduto il campo al papà: «Tutti sono venuti in Corea per parlare di politica e di affari. Io sono venuto per dormire finalmente una notte intera...».

Vecchio David, sei tutti noi. Noi, che sappiamo bene cosa tu abbia inteso dire. Quali pesi ti porti dentro. Da agosto ti ritrovi in casa la piccola Florence, terza della discendenza. In questi pochi mesi, la creatura ha reso le notti molto più intense del giorno, che pure non è già di suo così lieve. Finalmente, davanti al mondo intero, hai confessato l’inconfessabile: sì, in tanti aspettiamo solo il momento di raggiungere il posto di lavoro. Per riposare. Hai dato voce ai nostri peccati muti e sommersi. Siamo fieri di te e sinceramente ti siamo riconoscenti: mai, prima d’ora, qualcuno ai massimi livelli lavorativi aveva osato tanto, men che meno ai livelli minimi, dove un simile outing non è consigliabile, perché se appena il padronato fiuta che consideriamo l’ufficio e la fabbrica un luogo di ristoro psico-fisico è capace pure di farci pagare la mezza pensione. David, scusa se ci prendiamo la confidenza: ma lasciati abbracciare.

Noi, che da troppo tempo nascondiamo questo segreto. Noi, che abbiamo una particolarissima specie di figli, capaci fin dal primo vagito di scambiare il giorno con la notte, mentre tutti gli amici ci parlano della loro creatura usando l’espressione più crudele, «il mio mangia e dorme».

Noi, padri e madri che patteggiamo con trattative sanguinose i turni della poppata notturna, da quando le mamme non ci mettono più il biberon umano e ricorrono al latte artificiale, fra le conquiste più carogna delle lotte femministe.

Noi, che anche se abbiamo una moglie d’anteguerra, così ingenua da allattare in proprio, dobbiamo comunque pagare il privilegio di non avere le zinne alzandoci all’alba per avviare la lavatrice, scaldare la colazione, preparare il bagnetto, mentre dalla camera arriva la fatidica ingiunzione: «E comunque poi il pannolino lo cambi tu, perché io dopo la poppata sono esausta, se vuoi vedermi morta dillo...».
Noi, che passiamo le notti scalciandoci come Materazzi, perché la creatura ogni tanto perde il ciuccio e qualcuno deve per andare a rificcarglielo in bocca, «alle 3 mi sono alzata io e adesso fai il piacere di muovere quel sedere» (dannazione, nel lungo cammino del progresso umano, nessuno ha mai inventato il ciuccio che non cade, o almeno il bambino che non lo perde: io ho una proposta, incollarlo con l’Attack).

Noi, che quando suona la sveglia al mattino fingiamo di essere affranti, dannazione anche stamattina al lavoro, quanto vorrei starmene qui a casa con il piccolo... Ma appena fuori sul pianerottolo, sarà penoso eppure è così, non tratteniamo mute scene di esultanza, genere Tardelli nella finale dell’82.

Noi, che anche quando crescono dobbiamo comunque obbligarli con la forza a lavarsi i denti, a mettersi il pigiama, a infilarsi finalmente sotto le coperte... Sì, però prima una favola. Ancora un saluto. Ancora un bacio. E anche quando riusciamo finalmente a raggiungere in salotto l’agognato divano, persino lì arriva la vocina spietata: «Ho sete».

Noi, che scappiamo dall’inferno di casa e raggiungiamo il posto di lavoro con i sentimenti di un buon musulmano che raggiunge la Mecca, ma che comunque poi ci diamo dentro come stakanovisti, e questo sia ben chiaro, anche perché otto ore di lavoro sono sempre meglio di otto minuti in casa.

Noi, vecchio Cameron, che possiamo permetterci di guardare il capo con un sorriso sardonico, pensando tranquillamente questo: strilla, infierisci, brutalizzami, ma per quanto tu possa trasformare il mio posto di lavoro in un inferno, sappi che non sei nessuno. A casa ho chi ti batte.