Cameron tenta di salvarsi la pelle «Andremo a fondo nello scandalo»

Trema David Cameron. Il tabloid gate minaccia la sua poltrona. E ora arriva l’ultima gatta da pelare: il partito ha ammesso che forse l’ex vicedirettore del News of the World, Neil Wallis, avrebbe dato qualche «consiglio informale» a Andy Coulson, il portavoce del premier, poco prima delle elezioni. «Andremo a fondo dello scandalo», ha detto anche Cameron nel tentativo di salvare la pelle. Ma i bookmaker scommettono sulle sue dimissioni già alla fine della settimana.
Intanto ieri è stata anche la volta di Rebekah Brooks davanti ai parlamentari, dopo le tre ore di audizione di Rupert e James. Voce bassa. Atteggiamento dimesso. Volto quasi commosso quando chiede scusa per quanto successo a News of the World. L’ex direttrice del News of the World ai tempi delle intercettazioni, ieri ha recitato il copione della buona. Ci ha provato per salvare la pelle dopo l’arresto e il rilascio su cauzione per lo scandalo delle intercettazioni illegali ai tempi della sua direzione. «Voglio dichiarare tutte le cose che posso in maniera trasparente», ha detto. Ma alla fine la «quinta figlia» di Rupert ha seguito il copione della famiglia adottiva. Reticente, come il resto dei Murdoch. Non sapeva, Rebekah. Così sostiene, ma la sua versione è poco credibile come quella di James e Rupert. «Nel 2003 credevo che sia sul caso di Milly Dowler che su altri, la stampa avesse cercato di proteggere la privacy, anche se ora questo può sembrare ridicolo», spiega davanti alla commissione stanca dopo ore di audizione di Rupert e James. «Ho saputo che il cellulare di Milly era stato violato solo due settimane fa». Si tira fuori da ogni coinvolgimento Rebekah: «Nessuna persona sana di mente può autorizzare l’ascolto illegale di messaggi vocali di una persona come Milly Dowler in quelle circostanze». L’ex amministratice delegata di News International nega anche di aver mai pagato né autorizzato il pagamento di un poliziotto. «Per la mia esperienza, le informazioni ottenute dalla polizia arrivavano “free of charge”», cioè gratis. E quando c’era di mezzo l’uso di investigatori privati, «questa era una pratica diffusa a Fleet Street».
Rebekah si scusa ma alla fine dice di avere poco da rimproverarsi. Addirittura scarica la colpa sulla truppa: «Tutta i rapporti con la redazione e con i giornalisti sono basati sulla fiducia. Io non avevo bisogno di chiedere se le notizie fossero vere, mi fidavo dei miei giornalisti, è così che funziona». «Da quando i documenti di Sienna Miller sono venuti in nostro possesso, a fine dicembre 2010, è stata la prima volta che la gestione della compagnia vedeva prove e documenti davvero legati a un impiegato». Insomma solo un anno fa il caso avrebbe preso una piega inquietante ai suoi occhi. «Abbiamo agito in maniera veloce e decisiva e, come sapete, erano le nostre prove che hanno aperto l'inchiesta del gennaio 2011 e da allora abbiamo ammesso la responsabilità su casi civili e cercato di patteggiare dove si poteva».
Anche lei, alla fine, come in un copione preparato nei dettagli, fa leva sull’oroglio British, come aveva fatto prima «papà» Rupert. Lo fa di nuovo puntando sull’understatement. «Non credo che si possa trovare un direttore di giornale che non rimpianga alcuni titoli che ha pubblicato, sicuramente ci sono stati sbagli. Sono stata sotto i riflettori recentemente e nonostante abbia retto tante critiche, alcune giustificate e altre no, difendo il diritto della stampa libera e l’ho sempre fatto nella mia carriera». Da regina delle intercettazioni a paladina della libertà di stampa.