Cammarelle, l'ultimo pugno d'oro

Il pugile italiano come Alì: &quot;Avrei messo ko anche 5 giudici cinesi&quot;. Chiusura olimpica nel segno dell'azzurro che batte il cinese Zhang e tiene dietro la Francia nel medagliere. L'Italia chiude al nono posto. <strong><a href="/a.pic1?ID=285548" target="_blank">Nel nostro medagliere la regina è la Idem</a></strong>

Pechino - Che faccia pesta quel cinese al tappeto. Che faccia da Tyson quell’italiano con i pugni chiusi a martello. Ce l’ha fatta! Roberto Cammarelle ce l’ha fatta a trasformare l’ultima sfida dell’Olimpiade in una foto per la storia, meravigliosa stornellata di pugni italiani. Sembra di rivedere Stefano Baldini sul podio di Atene. Immagine diventata icona. Sembra di ritrovare la foto di Cassius Clay che urla mille diavolerie al povero Sonny Liston, bisonte steso al tappeto per il conto. Ci sono istantanee e momenti che rappresentano un attimo senza fine, destinato a non farsi dimenticare più. Chi non ricorderà quell’uragano di colpi che un granitico gigante italiano ha rifilato a un armadione da due metri, chiamato Zhilei Zhang, un tipo che amava ballare come Clay e al quale il destino, e non solo quello, aveva affidato il compito di chiudere in gloria tutti i salmi dell’armata cinese? Pochi secondi dall’inizio del quarto round, una combinazione sinistro–destro, scorbutica, ha ammutolito la folla e la Cina intera. Match finito, oro perso. Con dedica di un bravo poliziotto trasformato in gladiatore: «Ho fatto piangere il cinese, oggi non mi avrebbero fermato neppure cinque giudici cinesi».

In un nome talvolta c’è il destino e Cammarelle deve averlo trovato quando, una quindicina d’anni fa, è entrato nella palestra di Cinisello Balsamo intitolata a Rocky Marciano. Rocky è stato un campione del ko, il re degli imbattibili, il guerriero di una certa boxe d’epoca. E ieri, davanti a un palazzetto pieno di cinesi scatenati, Cammarelle ha provato a sentirsi Marciano. Quello era basso e tarchiato, paura di niente e nessuno, origini da Ripa Teatina, in Abruzzo: una macchina da pugni. Questo stazza oltre 91 chili, un metro e 90 d’altezza, ha 28 anni, picchia preciso. «E sono lombardo», dice puntigliosamente. «Non di origini campane, semmai lucane. Volete capirlo, voi giornalisti, che vi sbagliate sempre?». Rocky era un tipo simpatico, questo un tantino acidino, nel passato deve aver ingoiato veleno. Ricorda: «Non mi sono goduto il bronzo di Atene, quel giorno vi siete dimenticati di me per parlare dell’oro di Baldini». Stavolta non potrà lamentarsi: l’oro è suo, la scena pure: nei supermassimi è novità assoluta per la nostra boxe, che si era fermata al successo di Franco de Piccoli nelle Olimpiadi di Roma, quando la categoria non esisteva e tutti combattevano per i massimi. Ma erano anche vent’anni che la nostra boxe non raccoglieva metallo così pregiato. L’ultimo fu Parisi, un altro che aveva nei pugni il colpo risolutore. Ieri Cammarelle si è sbrigato, sapendo di dover diffidare dei giudici. Ed allora, ha trasformato il suo pugilato («Sono un tecnico come Alì, ma per i danari guadagnati vorrei essere Tyson») con boxe d’attacco, colpi precisi, pesanti, determinati. Per tre round ha fatto sbarellare il cinese, poi l’ha steso. «Oggi avrebbe battuto chiunque, credo anche pesi massimi professionisti». Il commento è di Nino Benvenuti, felice come tanti dell’aver scoperto faccia e pugni da campione.

Negli anni Cammarelle ha messo dubbi a tanti, ieri ha convinto il mondo. Per stazza erede di Carnera, sa portare colpi dritti come pochi e ha fatto impazzire di gioia Francesco Damiani. Il ct romagnolo soffre più di quando combatteva. «Ecco perché vorrei mollare. Avevo timore di arrivare ancora secondo. Mi sono tolto un peso», ha raccontato ripensando al suo argento di Los Angeles ’84. Cammarelle ora è da Guinness: pochi sono stati contemporaneamente campioni del mondo e campioni olimpici. Pochi hanno replicato una medaglia quattro anni dopo: ad Atene fu bronzo. Ma quello era un altro pugile. «Stavolta sono venuto da campione del mondo e per vincere». Ha vinto, battuto il suo mal di schiena. «Su 24 giorni a Pechino ne ho passati 23 dal fisioterapista». Con una medaglia d’oro al collo, di solito un boxeur pensa al professionismo. Ma il nostro non ci sente. «Resto nella polizia, il prossimo anno difendo il mondiale ai campionati che si faranno a Milano, poi chiudo: ho l’età, l’oro è il punto esclamativo della mia carriera e credo di essere entrato nella storia della boxe italiana». E infatti è già là, appeso come un quadro.