Cammina su un filo in cielo e si riposa sopra a un albero

Per ritemprarsi dalle fatiche, tre giorni di lavoro in un mese, il torinese Andrea Loreni s’è ritirato in una casetta di 6 metri quadrati costruita su un ciliegio selvatico a Soglio, località collinare della Val Rilate, in provincia di Asti. Altezza dal suolo della cicocca, che ha realizzato da solo, senza l’aiuto delle brioss Ferrero: 5 metri, 7 se si considera il terrazzino sopra il tetto. Una bazzecola per uno che lo scorso 4 giugno ha camminato su un cavo d’acciaio del diametro di 16 millimetri teso su uno strapiombo di 90 metri fra le alture Roccione e Rupe, dette anticamente Penna e Billi, percorrendo 250 metri in 20 minuti, in pratica un passo ogni 5 secondi, e rinsaldando così il legame fra le due borgate del Montefeltro unificate 660 anni fa nell’attuale Comune di Pennabilli.
Ecco, giugno è stato invece un mese davvero infernale per Loreni: tre settimane di fatica e una sola di riposo. Infatti se lo ricorda ancora. Ma se gli chiedi quanti giorni lavora in un anno, non sa rispondere: «Non li ho mai contati, giuro». L’unica cosa che ha avuto sempre ben chiara, fin da bambino, è che da grande non avrebbe mai fatto come il padre Giorgio, medico radiologo all’ospedale di Avigliana, e la madre Marisa De Rossi, caposala all’ospedale di Cuorgnè, costretti tutti i santi giorni a una levataccia, spesso anche di sabato, di domenica, a Natale, a Pasqua, a Ferragosto, per andare al lavoro.
Una volta cresciuto, e dopo essersi laureato in filosofia teoretica all’Università di Torino con una tesi sul solipsismo di Adolfo Levi, il giovanotto ha capito che ridurre i bisogni al minimo indispensabile e diventare vegetariano non sarebbe bastato ad assicurargli il train de vie che s’era prefissato. E qui, con un gesto di coraggio fuori dal comune, ha preso la decisione di dedicarsi al mestiere che gli avrebbe spremuto più adrenalina ma anche portato via meno tempo: funambolo. Niente a che vedere, insomma, con Armin Holzer, maestro di sci abitante a Sesto in Pusteria, che in agosto ha camminato una tantum per complessivi 121 metri su tre fettucce di nylon tirate da una vetta all’altra delle Tre Cime di Lavaredo. Per Loreni il pericolo è pane quotidiano. Tanto che sulla carta d’identità, non sapendo che pesci pigliare, all’anagrafe di Torino gli hanno riempito il rigo «professione» con una fila di asterischi che sembrano croci del cimitero.
Loreni, 36 anni, di norma si esibisce con una fune di sicurezza agganciata in vita, la cui lunghezza dev’essere rapportata all’altezza da terra e al peso, 70 chili, del temerario. A Pennabilli è stata calcolata da un ingegnere: 13 metri. Siccome per sua fortuna non gli è mai capitato di perdere l’equilibrio, nessuno finora ha potuto determinare quali danni fisici provocherebbe una brusca caduta in verticale per 13 metri, con strattone finale e conseguente strozzamento dei visceri. Più intuibili, invece, le conseguenze per Claudia Conti, la compagna con cui convive da sette anni, specializzata in danze e cerchi aerei, che nello spettacolo Aria n° 3 si esibisce sotto di lui appesa a tessuti in fibra lycra monoelastica, a 25 metri da terra, senza rete di protezione.
Loreni conobbe la sua partner, fondatrice con l’amica Maurizia Lacqua della compagnia Le Baccanti, alla scuola di circo Flic, nata da una costola della Reale società ginnastica di Torino, che diploma trapezisti, trampolieri e giocolieri. Poi la perse di vista e si fidanzò per un breve periodo con Roberta. «A quel tempo avevo la cresta punk nei capelli. Il padre della mia morosa mi prese in disparte e mi disse: “Senti, devi capire che nella vita non è che puoi fare sempre tutto quello che vuoi”. Anziché dissuadermi dai miei propositi, mi fu di sprone». E per prima cosa il candidato genero tornò fra le braccia di Claudia.
Loreni, che adesso ha rinunciato alla cresta per una barba da Rasputin, voleva dimostrare a se stesso che il mancato suocero aveva torto e decise di affrontare nel 1997 il suo primo show: «Lanciavo in aria le clave e il diablo al mercato d’Ivrea. Nessuno si fermava a guardare. Monetine zero. Un’esperienza choc». Andò qualcosa meglio in piazza Castello a Torino, ma non al punto da convincerlo che la giocoleria era la sua strada. Così montò una corda di canapa nel cortile della sua casa di Cuorgnè e cominciò ad allenarsi negli equilibrismi.
I risultati di tanto impegno non hanno tardato a vedersi. Nel 2006 ha varcato il Po senza bagnarsi. Nel 2007 ha passeggiato sull’Arco olimpico di Torino. Nel 2008 ha espugnato dall’interno la cupola della Mole Antonelliana. Nel 2009 ha volteggiato su piazza Cavour a Chieri. Nel 2010 ha attraversato a 25 metri d’altezza via Magenta a Torino con l’appropriato accompagnamento dell’Aria sulla quarta corda di Johann Sebastian Bach. Nel 2011, oltre all’impresa di Pennabilli, la più spericolata di tutte, ha scalato Palazzo Vecchio in piazza della Signoria a Firenze, partendo da Palazzo Uguccioni e camminando sulle teste di centinaia di persone che trattenevano il fiato 40 metri più sotto. Ha anche guardato dall’alto in basso Vasco Rossi in sei recite del Live Kom 011, tagliando per il lungo la curva dello stadio di San Siro a Milano e quella dell’Olimpico a Roma. Nel mezzo, show un po’ dappertutto, da Modena a Belgrado, ed esibizioni aeree nei videoclip di Niccolò Fabi e dei Subsonica.
Si guadagna tanto a fare il funambolo?
«A volte più di un operaio, a volte meno di un impiegato. Dipende dal numero di ingaggi e dalla difficoltà dello show».
In compenso si lavora poco.
«Anche qui bisogna intendersi. L’installazione di Pennabilli ha richiesto una settimana per montarla e una per smontarla. Il cavo d’acciaio pesa relativamente poco: un quintale. Ma per metterlo in tensione bisogna tirare parecchi cavi di stabilizzazione e si arriva a 6 tonnellate. Sono servite cinque persone».
Intendevo dire che le avanza parecchio tempo libero, come desiderava.
«Questo sì. A Soglio mi fermo tre giorni, poi raggiungo Claudia che si esibisce a Orvieto. Lavoro nei campi, medito, leggo».
A che pensa prima di cominciare una traversata?
«Cerco di non pensare. I pensieri non sono funzionali all’impresa. Se ti metti a pensare, non parti più. È una situazione talmente innaturale... Ogni volta devo sopprimere la parte razionale di me».
A Pennabilli m’è parso che pensasse a occhi chiusi, prima di partire.
«Serve il pensiero per annullare il pensiero, almeno in Occidente. Apro le mani e lo lascio passare. Se il pensiero passa, non ti preoccupa più. È come per la morte: se ti fermi a pensarci, smetti di guidare l’auto».
Ma ha paura quando è lassù?
«Sempre. Non tanta da bloccarmi, ma tanta da mettermi nella condizione di superarla. Dovrebbe averne tantissima Claudia, che lavora senza sistemi di sicurezza, del resto impossibili nella danza aerea. Invece si preoccupa più per me che per sé».
Che percentuale di pericolo c’è nelle sue imprese?
«Non bisogna essere troppo scapestrati, forzare il limite. Il rischio m’interessa poco. Cerco la qualità del lavoro, che è data dall’essere presente in quello che fai».
La legge 626 non vale per i funamboli?
«L’unica volta che mi hanno bloccato uno spettacolo è stato a Sabbionara di Avio, in Trentino: temevano che il cavo facesse crollare il campanile della chiesa. Ho ripiegato tirandolo fra due gru».
Il bilanciere a che le serve?
«A darmi stabilità. Ne ho due, in rapporto alla lunghezza del cavo. Il più lungo misura 10 metri e pesa 22 chili. Se non lo avessi, dovrei oscillare il bacino e tutto il resto del corpo per mantenermi in equilibrio e così trasmetterei il movimento al cavo, che lo amplificherebbe in una spirale senza fine. Invece col bilanciere si muovono solo mani e braccia».
Perché, quando lei arriva all’altro capo del filo, il pubblico piange?
«Capita anche a me. È uno scoppio di gioia, di tensione trattenuta. A Pennabilli singhiozzavano tutti. La gente s’immedesima. È pur sempre un’impresa, magari più facile di altre che ci toccano nella vita. Apre una possibilità, aiuta a capire che possiamo camminare anche dove non si vedono strade».
Dove guarda mentre passeggia nell’aria a 90 metri dal suolo?
«Guardo i 5 metri di cavo davanti a me. Se mi sento molto sicuro, guardo anche sotto. L’ho fatto in piazza della Signoria, per esempio. Nessuno prima di me l’aveva vista da quel punto preciso».
A Pennabilli tirava un forte vento.
«Ma non fortissimo. La rinuncia per motivi meteorologici è contemplata fra le clausole contrattuali. A Capodanno ho attraversato sul cavo la piazza Maggiore a Bologna nonostante cadesse pioggia mista a neve. In questi casi l’unica precauzione che adotto è togliermi le scarpette e andare a piedi nudi».
Perché nelle sue performance indossa un vestito da cerimonia?
«Trovo che sia professionale. È un evento importante. Alla prima traversata sul Po, in località San Sebastiano, vicino a Chivasso, il mio amico Enrico Mazza mi disse: “Per me è come se ti sposassi”. Aveva ragione. È un cambio di vita».
Serve tanto allenamento?
«Un’ora al giorno. Di più non ci riesco. Ma da un anno faccio Tai qi, antica pratica psicofisica cinese. Un’arte marziale interiore per ritrovare l’equilibrio energetico».
Vede molto equilibrio in circolazione, al giorno d’oggi?
«Poco, sinceramente. Non vedo neppure la ricerca dell’equilibrio, il che è peggio».
Lo sa che nell’abbazia delle Frattocchie, a Roma, si venera la Madonna dell’Equilibrio? È una lastra di bronzo col rilievo dell’Alma Aequilibrii Mater, ritrovata da un monaco cistercense.
«Non lo sapevo».
Un dipinto a colori che la raffigura fu donato a Paolo VI. Il Papa esclamò: «Ah, proprio quella che ci vuole!». Erano da poco cominciati i moti del ’68...
«Sono battezzato, ho fatto la prima comunione ma non la cresima. Però come figura cristiana trovo che la Madonna sia più interessante dello stesso Cristo. La donna è l’ultima possibilità che ci resta per salvare il mondo. Quindi ha molto valore anche per me, questa Madonna dell’Equilibrio. Dovrò informarmi, saperne di più».
Come si raggiunge l’equilibrio interiore?
«Cercandolo, prima di tutto. Quando l’avrò raggiunto, la avviserò. È un dono, più che altro».
Senta, ma non è diseducativo, soprattutto per i giovani, mettere a repentaglio la propria vita in piazza?
«Un po’ sì. Ma non l’ho mai presa come una sfida alla morte. Una volta m’è capitato di fare delle prove nel porto della Spezia. In cantiere stavano tutti lavorando: è sceso il silenzio. La gente capisce bene che cosa sta accadendo. C’è rispetto».
Che cos’è il coraggio?
«È la gestione della paura».
Si può insegnare? Si può imparare?
«Secondo me, sì. Ci vorrebbe un’educazione al pericolo, più che alla sicurezza. Non contrastare il rischio, ma conoscerlo. Altrimenti ti ritrovi a usare dei sistemi di sicurezza senza sapere a che servono».
Che persone coraggiose ha conosciuto nella sua vita?
«Tutti coloro che nel loro piccolo si sforzano di mantenersi onesti. Hanno un potere assai limitato, è vero. Ma non conosco altra via per cambiare in meglio le cose. E poi è stata molto coraggiosa mia madre. Quando è finita la storia d’amore con mio padre, ha avuto la forza di crescere da sola me e la mia sorella più piccola».
Pensavo che mi citasse Philippe Petit, l’uomo che nel 1974 attraversò lo spazio fra le Torri gemelle di New York.
«Aspettavo che ripetesse il suo exploit sul Grand Canyon, come aveva annunciato. Doveva anche venire ad Asti per una mia esibizione. Pare che si sia ritirato. Peccato. Ho letto il suo Trattato di funambolismo, utile sul filo come nella vita. Se non vedi una possibilità nelle cose, sicuramente non ci arriverai mai. Ogni traversata è un esercizio di conoscenza, impari qualcosa di più su te stesso».
Non la ispira neppure la figura di Nick Wallenda, che vuol superare le cascate del Niagara a un’altezza di 50 metri?
«Non l’ho mai visto lavorare. La bravura io la valuto dalla tecnica, non dai numeri. The Great Wallendas sono la leggenda del funambolismo. Tre o quattro di loro si sfracellarono nella caduta di una piramide umana, ma lo spettacolo proseguì lo stesso. Karl, il capostipite, che era nato a Magdeburgo nel 1905, diceva: “Stare sul filo è vivere, tutto il resto è aspettare”. Morì a 73 anni, precipitando al suolo mentre tentava di passare da una torre all’altra dell’hotel Condado Plaza a San Juan, in Porto Rico».
Quand’è sul filo può ritornare sui suoi passi?
«No, una volta partito non posso retrocedere, devo andare avanti».
Una situazione pressoché unica: lo spazio per un ripensamento nella vita c’è sempre.
«Se hai un piano B, una via d’uscita, non ti getti mai completamente in un’avventura. Decisioni prese, conseguenze accettate. Tirarsi indietro non si può».
(567. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it