A Camogli c’è un gioiello da salvare

Forse non tutti sanno che a Camogli, nel palazzo che campeggia in Piazza Matteotti e che ancora porta a chiare lettere la scritta «Teatro Sociale», «dorme» una sala malconcia, ma gloriosa. Un teatro in origine realizzato secondo i canoni tradizionali del «teatro all'italiana», con la sala a ferro di cavallo, quattro ordini di palchetti e il loggione; la struttura interamente in legno dipinto e decorato (poi sostituito dal cemento armato) con ampio ingresso e ridotto nello stile «rinascimentale» della facciata, sobrio e austero. Questo era il Teatro Sociale. «Era» perché ormai dalla seconda metà degli anni 70 è definitivamente chiuso, visto che gli interventi di restauro iniziati nel 1982 hanno permesso per il momento solo la riapertura del ridotto, utilizzato per differenti iniziative culturali. Ma in che modo e quando nasce il Teatro Sociale? Come per altre città e per altri teatri, anche per Camogli è la borghesia a giocare un ruolo chiave; una nuova classe, quella camogliese, che vede la propria affermazione economica e politica nel corso dell'Ottocento - periodo del grande sviluppo della marineria a vela - grazie ai traffici e alle imprese armatoriali, e che si preoccupa di creare una città dignitosa e moderna, in grado di rispecchiare lo status sociale ormai raggiunto. Tra il 1874 e il 1876 inizia quindi la costruzione del teatro, un teatro per cui non si bada a spese e che serve a dare lustro ed affinamento intellettuale alla ricca Camogli, un vero e proprio tempio dell'Arte voluto da «lupi di mare» (sessanta fra armatori e capitani) con il gusto del bello e la passione per lo spettacolo, che per la prima volta investono in un luogo di cultura. L'inaugurazione si celebra il 30 settembre 1876 con l’«Ernani» di Giuseppe Verdi, una serata «in grande» per i camoglini, orgogliosi e soprattutto gelosi del nuovo teatro, luogo sì di arte e cultura ma anche «piazza» in cui celebrare manifestazioni economiche, politiche e patriottiche della cittadinanza: insomma, un vero e proprio luogo di incontro e di scambio. Ed è proprio la crisi economica della città a portare con sé la graduale decadenza del Sociale: la nascita della marineria a vapore (anni '80) segna il tramonto della storia «a vela» di Camogli, con drastiche conseguenze sull'aspetto economico generale. Va da sé che il tenore di vita faticosamente raggiunto negli ultimi anni non può essere mantenuto e le rinunce toccano naturalmente anche l'aspetto artistico: il Sociale perde a poco a poco i suoi spettacoli lirici, operettistici e di prosa per trasformarsi in sala cinematografica (1923) fino alla chiusura per ragioni di sicurezza (1930).
Intanto già dal 1925 era iniziata una ristrutturazione a cura di Raffaele Bruno - discendente dei due fratelli Bruno che avevano curato il progetto iniziale - lo stesso che aveva diretto pochi anni prima i lavori di ripristino del Teatro Modena di Sampierdarena (quasi identico infatti nella struttura interna). Bruno modifica l'assetto della sala, rendendo la platea più spaziosa, ricavando una galleria, costruendo sei nuove barcacce e due palchi di proscenio. Il 30 novembre 1933 il «Barbiere» rossiniano celebra la riapertura del teatro, ora intitolato «Principe di Piemonte», e dà il via a fortunate stagioni liriche che non si interrompono nemmeno durante il secondo conflitto mondiale, supplendo così alla carenza dei teatri genovesi ormai pesantemente danneggiati dai bombardamenti.
Nel dopoguerra, il Teatro ritorna «Sociale», ma la sua attività è quasi esclusivamente cinematografica, salvo la particolare eccezione degli spettacoli e dei concerti del Teatro Comunale dell'Opera di Genova fra il 1973 e il 1975. E poi la seconda, definitiva, chiusura per problemi di inagibilità: in molti si stanno adoperando oggi per il recupero di sala e palcoscenico, per restituire un gioiello storico alla Liguria ma soprattutto ai camoglini, sempre in caparbia attesa del loro splendido teatro perduto.