Dal «Camogli» al «Ciociaro»: ecco perché arrabbiarsi per un panino non ha senso

Chef, scrittori e politici frusinati contro il panino<BR> «Ciociaro» di Mc Donald's: «Non usa i prodotti<BR> della nostra cucina e offende la nostra cultura».<BR> Ma dalla pizza «Scandinavia» con il salmone<BR> al panino «Bretone» con il roquefort di Tolosa, <BR> da sempre il nome non fa la gastronomia

OFFESE PER GLI ACQUISTI. «Sendite 'n poooooo'» che succede. Succede che uno spot che appunto comincia con questo urlo a metà tra il dialetto di Foligno, il marchigiano e la lingua inventata da Martufello, ha fatto imbufalire il popolo ciociaro tutto. E stavolta non è nemmeno colpa dei cugini romani, che guardano i vicini con la superiorità dell'Urbe. No, stavolta a ledere l'onorabilità di uno dei popoli più orgogliosi d'Italia (come se ce ne fossero di disposti all'autoironia all'ombra del proprio campanile) è stato il diavolo delle multinazionali, la catena di fast food Mc Donald's, colpevole di aver creato un panino battezzato «Ciociaro» e di aver mandato in onda una pubblicità dove una procace e agreste signorina - non granché simile alla Loren e alla contadina ritratta da Hayez, per la verità - decantava gli ingredienti della prelibatezza, al grido di «Scejete sciosciaro!».
PENSA ALL'ACCENTO TUO. Sono tanti i motivi che hanno spinto molte personalità legate al Frusinate e alla Ciociaria a lanciare una fatwa contro i briganti dell'hamburger. In primis, l'immagine «di scarsa cultura, volgarità e rozzezza» veicolata dall'accento sguaiato e «ridicolo» della protagonista. Che stando alla fonetica e alla glottologia col dialetto strettamente ciociaro ha poco a che spartire. Giusto una spolverata di U come il parmigiano sulla pasta e qualche dentale che spunta qua e là. Abbastanza per sentirsi feriti? Insomma. Sarebbe come se i romagnoli avessero varcato armi in pugno il Rubicone per assediare le cantine San Crispino Ronco perché il signore della pubblicità diceva di bere l'irrinunciabile mosto «tot i dè», tutti i giorni. E che dire dei genovesi, che devono sorbirsi imitazioni malfatte ogni volta che una casa di sughi mette in commercio un nuovo barattolo di pesto - sistematicamente lontano anni luce dall'originale? O gli altoatesini, ritratti in pantaloni corti e bretelle appena si sente odore di speck? Il punto sta nel fatto che i dialetti sono ancora gli elementi di differenza più evidenti tra le popolazioni italiane, la cui unità è così relativamente recente. Il dialetto, le espressioni locali, identificano d'impatto. Un «daje», un «ostreghèta», un «amuninne» inquadrano il personaggio immediatamente. Logico, le cadenze rimandano per associazione mentale a un'estrazione popolare, poco colta. Ma tutti i dialetti sono ridicoli all'orecchio di chi non li parla. Non quello dei ciociari soltanto. Che saranno pure - come ricorda lo scrittore frusinate Massimo Roscia - «la patria dei Volsci, di Cicerone, Giovenale e San Tommaso d'Aquino», ma che non sono di sicuro un popolo dedito a prendersi alla leggera.
LO CHEF SI INDIGNA. Passi l'eloquio pecoraro scodellato in tv, quello che non viene digerito in Ciociaria è il fatto che il panino omonimo non abbia ingredienti ciociari. Nemmeno un po' di abbacchio, un tocchetto di mozzarella di bufala, un giro d'olio Rosciola. No, panfocaccia al rosmarino, una cotoletta di pollo che manco ai piedi della Madonnina di Milano, insalata e formaggio cremoso al bacon a 1,90 euro. Sacrilegio. Truffa, inganno, raggiro. E l'enogastronomia tradita, «l'appropriazione indebita» della tradizione culinaria, la «pubblicità ingannevole». Questo e molto altro nella segnalazione inviata al Garante della concorrenza e del mercato dall'ex presidente della provincia di Frosinone e oggi assessore regionale alle Risorse umane, il democratico Francesco Scalia. In un moto da masaniello dei fornelli, Scalia strepita che «la cucina genuina di Ciociaria è del tutto distinta e lontana dai prodotti propinati dall'azienda statunitense». Come se i panini di Mc Donald's potessero avere parentele con qualunque altra cucina nel mondo (a parte quella di Burger King). Per esempio, il panino «Tirolese» reclamizzato (a forza di yodel) mesi fa? Qualcuno spiega a Scalia che la cucina delle Dolomiti non ha a che fare granché con il Mc Chicken? Si obietta: almeno in quel panino ci stavano speck e funghi, che in Alto Adige sono prodotti tipici. Va bene. Ma il panino «Napoli», che anticipava il «Ciociaro» nella serie delle Specialità? Petto di pollo croccante, salsa cipollina piccante e pane alle erbe. A Napoli? Eppure nessuno ha ricordato che in quel del Vesuvio, con rispetto per la Ciociaria tutta, a enogastronomia e cultura non sono secondi a nessuno. Nessuno ha presentato reclami, nessuno si è offeso. Non si sono offesi nemmeno in Bretagna per quel panino «Bretone» con il roquefort, anche se il formaggio in questione è originario dei Midi Pyrenees, giusto a 700 km di distanza.
NOMEN NON OMEN. Perché quello che in Ciociaria non hanno capito - o forse per ragioni ideologico antiglobalizzatrici fingono di non capire - è che non si proteggono i prodotti del territorio bestemmiando i nomi scelti da Mc Donald's per le sue gustose porzioni di calorie multigusto. L'impegno per la valorizzazione delle materie prime, dei produttori, delle specifiche gastronomiche è una battaglia seria e ha come nemici i furbetti che guadagnano fingendo la qualità e propinando porcate. I corruttori di derrate alimentari, i tarocchi di mozzarelle. Ci si indigna per un caseificio che macina escrementi di topo nelle sottilette, non per un panino che evoca un luogo. C'è un bar, a Cremona, che serve il panino «Cremona» con coppa e salsa rosa. La coppa è piacentina, la salsa rosa è tipica come il ketchup, ma nessuno ha mai inveito contro il bar. Nel 2003 la catena «Autogrill» presentò il panino «Ischia» su espressa richiesta dell'amministrazione, stanca di vedere vendere 3 milioni di panini «Camogli» l'anno, 5 milioni di «Capri» e qualche altra milionata di «Positano». Melanzane, zucchine, insalata e pomodoro per «ricordare l'isola con i colori e i sapori del Meditterraneo». Colori, atmosfere. Si va per evocazione. Così come il panfocaccia al rosmarino evoca genuinità, prodotti ruspanti, pochi fronzoli, gusti decisi. È talmente logico che la ricchezza di un territorio non possa essere rappresentata da un panino, che sembra sciocco lamentarsene. Non risulta che qualche svedese si sia mai lamentato delle pizze «Scandinavia» che ci servono in Italia, violentate da panna e salmone, nè risulta che i newyorkesi si lamentino che il Manhattan è preparato col Martini, vermouth torinese. Perché il nome è pubblicità, crea sogni, stimola bisogni e atmosfere, ricorda i luoghi di invenzione del prodotto (come il Manhattan Club dove venne servito per la prima volta il cocktail). Un nome non è l'anima di un territorio. Le trattorie di Sora restano altro, qualcosa di meglio, magia per il palato. Anche se Mc Donald's continuasse a mandare in onda i suoi spot.